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UNA STORIA DI AMORE E CHIACCHIERASia i miei genitori che i suoi genitori arrivarono quasi insieme all'edificio. Era il d

UNA STORIA DI AMORE E CHIACCHIERASia i miei genitori che i suoi genitori arrivarono quasi insieme all'edificio. Era il dicembre del 1950, poco prima del Natale di quel 1950-51, e lì, all'allora fine della via Alcalde Sainz de Baranda, che oggi è la parte più centrale e trafficata di Madrid, era uno dei luoghi in cui terminava la capitale della Spagna. Il quartiere di quell'edificio e di allora, era il tipico ceto medio-borghese spagnolo, di piccoli impiegati, sia dello Stato che della banca e piccoli commercianti autonomi, cioè con piccoli negozi a conduzione familiare di ogni genere e specialità, dal noto negozio di alimentari allora chiamato, oggi alimentare, alla piccola impresa tessile, ferramenta o altro. Famiglie alle quali se arrivava loro non bastava e se arrivava loro non bastava. Famiglie in cui le donne, mogli e madri, erano le governanti della casa. Non uscivano di casa per provvedere al sostentamento quotidiano, perché l'uomo, marito e padre, era già lì per quello, ma sapevano come sfruttare le 800 o mille pesetas che il capofamiglia guadagnava, facendo sì che con un reddito così magro coprissero tutti i bisogni della famiglia, dal pasto quotidiano ai vestiti, alle scarpe e ai piccoli svaghi che potevano permettersi, come il cinema settimanale in quelle doppie sale di programmazione, due film uno dopo l'altro, in sessione continua dalle tre alle quattro nella sala pomeriggio fino all'una del mattino. E, naturalmente, la scuola per i bambini, delle suore per le ragazze, dei preti-frati per i ragazzi, beh, attenzione a mescolare churras e “merinos”. Così, lei, Isabel, Maribel, in confidenza, andarono alla scuola dei Sacri Cuori nella quasi adiacente via Narváez, mentre i miei genitori mi iscrissero all'illustre Scuola Calasancio, degli Scolopi, con ingresso scolastico, almeno allora, attraverso Hermanos Miralles e principale in Conde de Peñalver all'angolo di Hermanos Miralles. Siamo diventati amici appena siamo arrivati. Beh, lei, io e quanti ragazzi della nostra età, i miei nove, dieci e undici anni, il fratello di Maribel, Julián, uno dei migliori amici che abbia mai avuto, e qualche altro ragazzo. Aveva circa nove anni, come quasi tutte le ragazze del gruppo che formavamo, anche se alcune avevano anche dieci anni; Una era ancora più grande, aveva già undici anni, e ben presto smise di venire con noi, ricevendo il maledetto avvertimento di cominciare a “prendersi cura” dei “piccoli” perché, forse, si sarebbe ritrovata con uno in pancia. E naturalmente, da allora si sentiva già “più grande”, cominciò a voler fare conoscenza con i ragazzi “più grandi” e non con i marmocchi come noi. Ma è successo che anche noi, ragazzi e ragazze, abbiamo cominciato a essere “più grandi” e a suonare “chapas”, “gua” (marmi) e per non parlare di “cowboy e indiani” abbiamo iniziato a non essere così “cool”, così gli album di Benny Goodman, con il suo famoso “Sing, Sing, Sing”, Lionel Hamton con le sue interpretazioni di Rhythm Blues o il grande Glenn Miller con il suo “In the Mood”, “Américan” Patrol”, “Chatanooga Choo Choo”, Little Brown Jar”… Anche Rock and Roll, con Bill Haley e i suoi Comets, e il suo “Rock Around The Clock”… E poi il grande Elvis Mancavano pochi mesi ai sedici anni e pochi mesi prima dei quattordici, Maribel ed io diventammo amanti, dai quali imparai la gioia infinita di tenerle la mano e perfino l'ebbrezza di baciarla teneramente sulla guancia, perché a quel tempo l'idea di andare ragazzo e ragazza mano nella mano in mezzo alla strada era qualcosa di insolito, per non parlare dei casti baci avvitati sulle guance, che erano già il desideratum dell'erotismo giovanile. Abbiamo ballato più strettamente insieme, ma, attenzione!, senza esagerare... Insomma, per gli usi del momento, viveva quasi su una nuvola Il tempo continuava a passare e i miei quasi sedici anni diventarono venti e quasi tre mesi, mentre i poco più di quattordici di Maribel si trasformarono in preziosi quasi diciannove, poiché dei tre che mi restavano da venti, a lei mancavano diciannove quando, dopo aver preso il diploma di scuola superiore, superammo il "Preu" contemporaneamente, poiché io avevo tutto un po' alle spalle perché ripetevo due corsi di “cuchillerato”, uno nella elementare e l'altro nella superiore, mentre lei, studentessa molto più brava di me, non mancava un unico corso. Così nell'ottobre del 1960 entrammo entrambe alla Complutense, l'unica Università di Madrid all'epoca, sia in Giurisprudenza, la carriera più sofisticata che le donne intraprendevano in quel periodo e che significò una grande conquista femminile superando la barriera delle tradizionali carriere di Insegnamento, Filosofia e Lettere, e Infermieristica, le uniche normalmente aperte al femminismo fino a non molto tempo prima, per cui le ragazze che allora iniziavano a Giurisprudenza potevano essere considerate quasi pioniere. Lei e io stavamo ancora uscendo insieme. Qualcosa di più dei fidanzati, dai, anche se non molto di più, visto che le libertà che mi concedeva non andavano oltre il darci baci sulle labbra, ma a bocca chiusa, visto che i miei tentativi di utilizzare anche un altro elemento orale hanno incontrato un rifiuto così forte che non c'è mai stato modo di superarlo. Devo anche ammettere che una volta, anche se più simile all'uva che alle pere, non so cosa significhi ma sono sicuro che sarà passato molto tempo, mi permise quasi di toccarle i “pettorali”, sopra i vestiti ovviamente, di “toccare la pelle”, piccole arance della Cina, che era molto perbene ad acconsentire a simili “baccanali”. E non pensare che strofinarlo sui vestiti sia andato oltre, strofinarlo, perché le volte che ho provato a "mettere le mani" su quelle delizie del Giardino delle Esperidi mi sono quasi guadagnato un'"ostia", ma di quelle che non sono e non saranno mai consacrate. Ma il nostro accesso all'Università significò far saltare in aria il castello di illusioni che avevo riguardo ad una felice vita futura con l'amore dei miei amori, la mia per niente dolce Maribel, perché con me sembrava più un asino cardo che altro. Il fatto è che, sebbene l'"Uni" vagasse tra i giovani un po' imberbi di 18, 19 e anche i 20 anni di cui mi vantavo, quelli che dominavano di più erano quei "vecchi cani" con 22, 23 e persino 24-25 "tacchi da almanacco", vere "cavezze" con le zanne attorcigliate nell'arte di abbaglianti e ingenui "principianti" di diciotto, diciannove o venti primavere, estati, autunni o inverni, perché chissà in quale stagione dell'anno sarebbero nati. Sì, “vecchi cani” con le “labbra”, uno spirito che mi piacerebbe, perché la verità è che in quei “combattimenti” mi hanno dato qualcosa di più delle “zuppe con le onde”; poi il risultato di tutto ciò, piuttosto prevedibile: Quel novembre non era ancora finito e con poco più di un mese e mezzo di permanenza all'"Uni" ed in balia di entrambi i "vecchi cani" il mio "Cardo Borriquero" mi si ribellò dicendo: "Javier, questo non funziona. Mi dispiace figliolo, ma tu non mi motivi, non mi riempi"... Con cosa non ti riempio?... Perché non ti "lasci" vai", bello!... E se lo facessi? te ne andresti... Non vedi quanto saresti sazia un giorno, un altro giorno e quello di mezzo con la mancia!.... Ma niente, non la motivava, e allora, certo, vediamo come la "riempivo"... Comunque, senza la minima pietà per il mio cuore infranto, mi lasciò a “friggere gli asparagi” e in meno di un canto di gallo, cominciò a mostrarmi il mare di amarteladita con un “chorbo” di zanne ben attorcigliate che la blandiva quando, almeno “ufficialmente” era ancora la mia “fidanzata” molto più che la mia fidanzata; un “menda” di circa ventiquattro anni che era al terzo anno di giurisprudenza. E il “piccolo angelo” era uno dei tanti di quelli che si facevano chiamare “Di mestiere, ripetitore”, visto che l’Andoba aveva avuto il tempo di passare solo a metà dei primi due corsi di laurea nei quattro anni, più o meno, che era stato all’Università, visto che, come me, aveva accettato a vent’anni. La cosa brutta, ciò che l'INRI ha significato di più per me è che, dal primo giorno, con quel chorbo, ogni "annusata" mi è rimasta impressa e mi ha fatto sentire bene il fatto di averli amati. Certo, quello che era “Office, Repeater”, non c'erano dubbi che la “motivasse” molto più di me, chissà perché. Anche se, parola, non so perché, ma mi sembrava che il “bambino” fosse molto meno “panoli” di me. E se questo mi ha fatto impazzire nel vederle insieme tenersi per mano, immaginate com'era una domenica, verso la fine di dicembre, poco prima del ventiduesimo giorno in cui, con l'estrazione della Lotteria, inizia quasi ufficialmente il Natale, con il rientro a casa poco dopo mezzanotte, un'ora molto tarda per un'epoca in cui le ragazzine potevano perdere i capelli se si presentavano a casa dopo la chiusura delle porte. Alle dieci e mezza di sera la trovo in un punto buio, due strade prima della nostra, mentre sale sull'auto del "maromo", una "seicento" ovviamente, sul sedile posteriore con le tette in aria e una delle manine del ragazzo che prende le misure delle tette e l'altra mancante in azione sotto la gonna di Maribel... Beh, vai con quella modesta, con quella perbene!... Certo, non c'erano dubbi che ero stato qualcosa di più che "panoli" in quel momento. non sapendo come “motivarla” a tali estremi di “baccanale lussurioso”… A proposito, a quel tempo, nella prima metà di quegli anni che poi divennero noti come "Gli anni '60 felici", circolava una specie di battuta che diceva: "Oggi tutti hanno un'auto. E chi non ha un'auto ha un "Seicento". Come sarà facile immaginare, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, per cui da allora mi dichiarai in sciopero universitario permanente, non presentandomi all'Università nemmeno per sbaglio nella settimana didattica incompiuta che restava fino alle vacanze di Natale. Il Natale arrivò e cominciò a passare giorno dopo giorno. E la mia testa che rimugina a una pressione maggiore di quella di una pentola “Laster”, le prime pentole a pressione che in Spagna erano conosciute come quella che dice. Il problema era che non volevo tornare con la Complutense o legato, ma vediamo come ho convinto i miei genitori, mio padre in particolare, a cambiare distretto universitario, per permettermi di andare in un'altra città a studiare, beh, come ho detto, a quel tempo a Madrid non c'era altra Università che la Complutense. E non c'erano molte città con università, Barcellona, Valencia, Siviglia, Santiago de Compostela e quasi, quasi, puoi smettere di contarle. Ma è successo qualcosa che mi ha aperto la strada. Un vicino di casa, di quel gruppo con cui eravamo amici fin da piccoli e che insieme a me e Maribel entrammo anche noi nel Complutense, era di genitori galiziani, di un piccolo paese di Ourense. Ebbene, il padre aveva studiato all'Università di Santiago de Compostela, come il nonno del mio amico, il bisnonno e chissà quanti altri antenati della famiglia. Ebbene, il mio amico sarebbe partito per Santiago appena finito il Natale per riprendere lì i suoi studi, poiché suo padre aveva deciso di farlo per continuare la tradizione di famiglia, così strettamente legata all'Università di Compostela. Ebbene, mi sono aggrappato a quel “chiodo ardente”, sostenendo che volevo andare con il mio amico. Ho anche sottolineato che l'insegnamento lì sarebbe stato superiore a quello impartito al “Complu”, perché era meno affollato. L'impresa intrapresa non fu affatto facile, poiché la prima reazione di papà fu un rifiuto categorico delle stravaganze del suo irresponsabile “bambino”, che sapeva quando diavolo sarebbe diventato adulto una volta. E il fatto è che, a quel tempo e al cospetto di un padre che si vantava di esserlo, il fatto che tu avessi già vent'anni serviva a poco, perché se ti arrabbiavi davanti alla tua autorità paterna potevi ritrovarti con la faccia all'ingiù del primo "sopapo" che la suddetta autorità poteva toglierti. Ma ciò su cui mio padre non contava era il potere di persuasione della sua amata moglie, cioè mia madre. Le mamme, almeno quelle di allora, hanno un sesto senso per individuare i problemi delle loro “scopate” che io rido dei metal detector per individuare l'idem, quindi la poverina era all'origine di tutto quello che mi è successo con la mia più che adorata Maribel; e, come in quei "santi", era più che comune, quando il marito diceva, con una certa audacia, anche se senza esagerare: "Questi sono i miei nasi", beh, "l'ha detto Bias e basta". Ma poi, di notte e nell'intimità del letto coniugale, voglio vedere i tuoi “nasi” per vedere se li tieni così teneri con il tuo affettuosissimo “gattino” come adesso. E... Non poteva fallire!.... Moglie amorevole maritino che comincia a mangiare nella mano del suo santo... Tanto più che camicia da notte e pigiama, mutandine e boxer vanno al diavolo Insomma, bastarono un paio di giorni di “trattamento speciale” da parte di mia madre perché mio padre finisse per convincersi che avevo più ragione di un santo a voler andare a studiare a Santiago de Compostela con il mio amico che era quasi più galiziano che madrileno, nonostante il giovane fosse nato non in Galizia, ma nella capitale della Spagna. Conclusione di un parlamento così lungo? Semplice, in realtà sono andato a studiare a Santiago e, praticamente, non sono tornato a Madrid per molto tempo, se non dopo aver finito la laurea, perché è successo che poco dopo che ero lì come “patrona” i miei genitori hanno trovato più pratico affittare un piccolo appartamento lì, a Santiago, con vista su una seconda casa dove, oltre a vivere io, avrebbero passato ogni estate; Almeno mia madre e mia sorella, visto che mio padre ci andava solo quando l'azienda gli concedeva le vacanze estive. Sì, ho terminato la mia laurea e mi sono iscritto all'Ordine degli Avvocati di La Coruña, lavorando come stagista presso un noto studio legale di La Coruña. Nonostante gli emolumenti fossero davvero molto scarsi, sono rimasto lì almeno un paio d'anni, perché dovevo vivere di qualcosa, ma alla fine ho optato per un lavoro offerto da un ufficio di reclutamento del personale di Madrid, per aziende industriali e commerciali che cercavano avvocati e psicologi con esperienza. Ho avuto fortuna e ho fatto parte del personale che alla fine è stato scelto, quindi ho annullato la mia collaborazione presso lo studio legale di A Coruña e mi sono recato a Madrid. Qui, ho acquistato una casa in uno di quei quartieri che stavano costruendo a Madrid verso la metà della fine degli anni '60, molto vicino a dove vivevano i miei genitori, ma che mi ha permesso l'indipendenza da loro e, soprattutto per me, la distanza da Maribel, che a quel tempo era già la signora del famoso "chorbo" e, francamente, non avevo voglia di incrociare loro e i loro "churumbeles" per strada, dato che a quanto pare i suoi genitori erano tornati in città. terra da cui erano partiti per venire a Madrid, così la nuova coppia si era stabilita in quella che era la casa di famiglia dei suoi genitori. Il tempo continuava a passare e gli anni passavano. Morì il generale Franco e con lui il suo regime, sostituito da una Democrazia che era nata con l'apparenza di debolezza ma che il tempo ha sconfessata tale apparenza. E così, dopo il governo di Adolfo Suarez e qualche legislatura del suo successore alla guida del governo, Felipe González Márquez, sono arrivati gli anni 80-90, quasi anticipando l'attuale XXI secolo, ma la cosa brutta è che hanno anticipato anche l'attuale spopolamento della testa e più che anticipare quello che hanno fatto è stato affermare il candore di un capello già ridotto ad un mucchio di capelli grigi che mi ha portato a cinquant'anni tacos dell'almanacco. Continuavo a restare single, ma non per niente e tanto meno per la famosa Maribel, il cui ricordo già muoveva un po' d'acqua nel mio mulino, ma semplicemente perché non avevo incontrato nessuna donna che mi impressionasse abbastanza da gettare a mare una libertà per la quale avevo faticato. “Ligues” ce n'erano, e con diritto a molto più che frizioni, alcune, la maggior parte, di quelle di “Se ti vedessi non ricordo” una volta passato il momento; altri, i meno, hanno portato ad una convivenza di più o meno mesi, ma da allora più nulla. Sono arrivati i cinquanta tacos, e anche i cinquantenni, e con loro i primi sistemi di “Chat” in Spagna. Per caso sono entrato in una di quelle primitive chat room spagnole. E “parlare” con qualcuno a distanza mi affascinava. Non avevo nemmeno un computer a casa, non ci vedevo alcuna utilità perché non ero molto casalingo e preferivo andare sempre a piedi da qui a lì, come un cane senza padrone. Ma comprai uno di quei “computer” tower e desktop, con cui “entravo” in chat tante sere, direi l'unico che funzionava in Spagna in quel periodo, mi pare di ricordare che si chiamava Olé.com. Così, una notte mi sono imbattuto in un utente, "December41", e ho iniziato a chattare con lei. Era gentile, spiritosa e ci siamo collegati molto bene. Mi ha detto che era divorziata da anni; che da allora era scoppiato qualche altro “affare”, ma di poca importanza. Dai, un po' più o meno come era successo a me, con la differenza che non avevo dovuto divorziare. Non c'erano stati figli nel suo matrimonio, cosa di cui ora quasi si rammaricava perché, mi disse, c'erano momenti in cui si sentiva piuttosto sola. Aveva una deferenza nei miei confronti, per non sopraffarmi descrivendomi dettagliatamente quanto suo marito fosse cattivo con lei, poiché si sa già che i mariti, come norma consolidata, sono sempre i "cattivi" nei "film" sui divorziati. A poco a poco mi sono immerso sempre di più in quei discorsi su Internet. Trascorrevo ogni giorno in ufficio, ignaro di tutto ciò che non era lavoro, al quale mi dedicavo anima e corpo fino all'ora giusta, che poteva essere alle otto di pomeriggio, o raramente, tipo le nove, le dieci di sera, il più delle volte. Ma quando finalmente mi sono lasciato alle spalle il lavoro e l'ufficio, non ho avuto il tempo di tornare a casa e andare a parlare con “December41”. Mi ero appassionato e già uscendo con i miei amici golfisti, quasi non volevo altro che chiacchierare con il mio amico cyber. La cosa curiosa è che mi ha ripetuto quasi le stesse parole, dicendomi che da quando abbiamo chiacchierato si sentiva molto meno sola perché, aspetta, sta arrivando, sentiva che ero con lei ogni volta che era sola a casa e che a causa mia stava perdendo molte ore di sonno, ovviamente, le stesse che perdevo anch'io. Così arrivò il giorno in cui entrambi decidemmo che era giunto il momento di incontrarci di persona. Con una scritta “Ah, ah, ah” mi disse che ero rimasta altrettanto delusa quando l'aveva vista di persona, dato che aveva già superato i cinquant'anni, a quasi cinque anni dal suo compleanno. Le risposi che, forse, sarebbe stata lei a deludere, visto che era un “rubacuori” ultracinquantenne su sei, con una certa curva della “felicità”, ma pochi capelli e tanti capelli grigi. Gli ho chiesto se conosceva un ristorante molto vicino a casa mia, dai, quello che era dei miei genitori e ora era mio, “Casa Rafa”. Quello di Narváez all'angolo di Ibiza? Sì, lo conosco. Ci sono stato parecchie volte da quando abitavo lì vicino. Nella chat abbiamo detto ahah ah, scherzando sul fatto che eravamo stati vicini di casa senza saperlo. Ci siamo incontrati per mangiare lì la domenica successiva. Quando arrivò il giorno, mi agghindai in ogni modo, con un abito blu scuro, il mio colore preferito da indossare, una camicia blu brillante con gemelli sui polsini, una semplice cravatta marrone fissata alla camicia con un fermacravatta dorato, non oro, con una pietra di onice naturale di un tono brunastro molto scuro. Un paio di scarpe più che lucide completavano l'outfit. Mi guardai, civettuola, allo specchio e mi regalai un, almeno, notevole se l'incipiente calvizie fosse salvata, confermato da una stempiatura che si addentrava più che pericolosamente nei miei capelli un tempo indomabili e dalla “curva della felicità” che ornava il mio ventre già un po' grassoccio, cancellando perfino il ricordo della figura un tempo stilizzata di un quasi adolescente quasi adulto più alto che basso, quindi la mia altezza, più che prossima al 1,70, per quei 60-70 anni è stato molto bello. Sono arrivato al ristorante con la consueta fretta di almeno dieci minuti di rispetto. Ho chiesto un tavolo per due e mi sono seduto a un tavolo che occupava un piccolo angolo del locale quindi era abbastanza discreto, un po' lontano dal trambusto centrale. Lì abbiamo potuto chiacchierare comodamente e senza che il rumore dei tavoli vicini ci disturbasse troppo. Ero seduto lì da circa quindici-venti minuti quando vidi entrare dalla porta una donna piuttosto alta, più di un metro e sessantacinque, con i capelli lunghi più di mezza lunghezza poiché le cadevano sotto le spalle e con quei riccioli che le attrici olandesi avevano reso tanto di moda. Abito di seta grigio pastello che arrivava due o tre dita sopra le ginocchia e aderiva meravigliosamente a forme femminili quasi rotonde, con seni vistosi e fianchi evidenti. Scollatura generosa che scendeva in una V pronunciata fino all'estremità dello sterno o della cassa toracica, rivelando la nascita dei suoi seni... E qualcosa di più di quella nascita... E il suo viso... Un viso che, quando lo guardavo da vicino, mi faceva battere forte il cuore nel petto, l'aria emigrava istantaneamente dai polmoni e lo stomaco mi saliva alla gola; mi tremavano le gambe. Sono quasi crollato a terra per lo shock perché dicembre 41, la donna che ha incontrato tramite la chat era chi meno potevo aspettarmi che fosse. Maledissi la fortuna che mi aveva appena giocato uno scherzo così atroce, perché il 41 dicembre era lei, la donna che, senza nemmeno volerlo, era rimasta incastrata, incisa quasi a fuoco nel mio cuore: Lei, Maribel. La ragazza che mi ha lasciato, la donna che ha dato a un parvenu, perché quello era sempre quel Miguel Angel anche se poi è diventato suo marito, ha dato molto di più in un mese di quello che mi avrebbe concesso in quattro o non so nemmeno quanti anni di frequentazione. La donna che, chiaramente, mi ha detto che “non l'ho motivata”… Anche lei mi ha riconosciuto all'istante perché il momentaneo stupore, un po' l'imbecillità che mi ha preso quando l'ho riconosciuta, non mi è bastato per smettere di osservare come il suo viso impallidì e i suoi occhi si spalancarono. In quel momento ho pensato che avrei dovuto presentare anche un volto che sarebbe stato sicuramente una vera poesia. Anche lei era rimasta lì, all'ingresso del locale, pochissimo davanti all'architrave della porta, immobile, statica, come una statua. Mi è apparsa la statua di una Venere, perché la condannata era bella, veramente splendida a più di cinquantaquattro, cinquantacinque anni. Certo, quei quasi cinquantacinque anni non lo rappresentavano, perché direi che nessuno gli darebbe più di quarantacinque, quarantasei/quarantotto al massimo. Come era sempre accaduto tra noi, fu lei a spegnere il fuoco, avanzando verso di me con decisione; nei miei confronti, che ero in uno stato quasi assoluto di “shock” traumatico senza riuscire a muovere un muscolo del corpo. Allora venne da me, mi tese la mano e mi salutò freddamente. Ciao JavierCiao Maribel… Co… Come stai? Ah, bene, grazie. anch'io ti vedo bene Ci sediamo? Siamo venuti per mangiare, credo, no? Sediamoci allora. Appena finiamo di mangiare esco. Non mi aspettavo di incontrarti, davvero. Se fossi arrivato a sospettare che “Autunno non so cosa” fossi tu, questa citazione non sarebbe mai accaduta. Lo immagino. Non sapevo rispondere altro al suo sfogo. Ero un disastro nervoso e, anche se non l'ho mai avuto, ero anche molto timido. Anche se credo sia meglio dire che sono rimasto molto, molto colpito da lei, per averla rivista. Mi aveva appena detto che se avesse saputo che ero io non sarebbe venuto. Che non volesse nemmeno vedermi, non c'erano dubbi nella mia mente. Ma... E io?... Cosa avrei fatto se avessi capito che “December41” era lei, Maribel?... Francamente non lo sapevo, non potevo saperlo. Ho sempre creduto che per sapere cosa avresti fatto in determinate occasioni, dovevi riconoscerti in esse. Ed ora mi trovavo nella certa occasione di averla davanti a me; parlarle ancora... Cosa voglio fare veramente adesso? Siamo qui, tutti e due, seduti al tavolo, uno di fronte all'altro... È chiaro che lei è qui, seduta di fronte a me, ma non accanto a me, non con me... Questo ovviamente non vuole. Sì, è seduta davanti a me, ma per impegno, per non fare il “combattimento”, come dicevano prima... Ma appena finirà di mangiare se ne andrà... Sì, se ne andrà perché non vuole nemmeno vedermi... E io?... Perché sono qui? Perché sono ancora qui, seduto e davanti a lei?... Perché non mi alzo, mi scuso dicendole che è stato tutto un errore, un errore dall'inizio alla fine, e me ne vado? Sono sicura che mi ringrazierebbe, poiché eviterebbe rigidità e malumori in generale, sia a lei che a me. Ma ero ancora lì, quasi non riuscivo a parlare perché le parole non uscivano nemmeno; senza quasi riuscire a respirare perché l'aria mi arrivava appena ai polmoni; e condannato ad un infarto o ad una congestione coronarica perché il mio polso era alle stelle, non ti dirò nemmeno delle palpitazioni cardiache e della tensione, solo Dio saprebbe a che livello avevo. Sì, eccomi lì, stavo immobile, seduto, senza alzarmi e tanto meno provare, anche solo pensando, ad andarmene. Perché, semplicemente, quando l'ho visto ho sentito che il tempo non esisteva oppure era tornato al passato in quel preciso istante e all'improvviso, senza soluzione di continuità. In un istante, il tempo era appena tornato indietro di venticinque-trent'anni, e io vedevo me stesso come sedici-venti anni e vedevo lei quasi quindici-diciannove anni. E mi vedevo innamorato di lei come allora e lei bella, divina e adorabile come allora. E no, non potevo alzarmi; Non potevo nemmeno andarmene. He couldn't stay away from her another minute. He needed her like air to breathe. No, non è esatto, perché preferirei fare a meno dell'aria per respirare, morirei asfissiato piuttosto che smettere di vederla, perché lei era ancora una volta l'aria per i miei polmoni, il sangue per le mie vene, il calore che teneva in vita il mio corpo. Il pasto si svolse, a dire il vero, con molti più dolori che gloria. Si può dire che non abbiamo scambiato una parola; Tutto era in monosillabi o in utili appelli al tempo: se era o era stato buono, cattivo o mediocre. Quella cosa di cui la gente parla quando non c'è niente di cui parlare... Quando la conversazione è forzata; quando stare in compagnia è più che forzato e vuoi concludere il colloquio il prima possibile. Perché fu subito chiaro che Maribel era arrabbiata lì, con me, e che non vedeva l'ora di finire il pasto e andarsene... Di abbandonarmi definitivamente e senza possibile remissione. E questo mi ha spezzato l'anima... No, senza continuare a vederla mi sarebbe impossibile vivere. Sapevo che riaverla era una chimera, non si sarebbe mai più potuta rivedere... Ma in realtà per me non era quasi importante. Lo avevo supposto, lo accettavo come si accetta l'inevitabile; come è accettato andare dal dentista quando non c'è altra scelta, e non importa quanto terrore ti causi; come si accetta la grandine nelle campagne o la persistente siccità che prosciuga i campi e rende impossibile il raccolto; come vengono accettate le catastrofi naturali... Ma, almeno, rivederla, respirare il suo profumo, l'odore incomparabile del suo corpo, del suo essere; riascoltare la sua risata cantilenante o perdermi ancora nel suo sorriso, nella profondità dei suoi bellissimi occhi neri, un abisso insondabile di oscurità inebriante... Il cibo è finito come tutte le cose in questo mondo finiscono, “Io so come finire e consumare”, come dice la poesia di Jorge Manrique, “Coplas a la Muerte de su Padre”. Nonostante lei volesse pagare la metà del conto, la fermai: “Un gentiluomo non permette mai alle donne di pagare”, le dissi, ricordandole che sono sempre stato quello, soprattutto un gentiluomo, e uscimmo dal ristorante. Le ho offerto di portare la macchina a casa sua ma lei ha rifiutato. Preferiva andare in taxi, mi disse. Mi ha esortato a lasciarla lì, sulla porta del ristorante; in quell'angolo tra Narváez e Ibiza in attesa che arrivi un taxi gratuito. Ancora una volta ho avuto l'impressione di essere d'intralcio lì ed ero molto tentato di seguire il suo consiglio, andarmene e lasciarla lì. Mi sono detta che sarebbe stata la cosa migliore, tagliare una volta per tutte qualcosa che credevo di aver superato, cose del passato, ma che era bastato vederla ancora una volta perché il passato tornasse presente. Presente che mi ha spezzato di nuovo l'anima; che ancora una volta mi ha fatto impazzire dal dolore... Ma alla fine non me ne sono andato, ma sono rimasto lì, in quell'angolo, accanto a lei. Come un uomo stupito, senza parlare... Ma lì, come il condannato in attesa della sentenza. Passarono alcuni minuti e Maribel stava diventando impaziente, disperata, era del tutto evidente. Mi sentivo sempre peggio; più profondo; i più perduti nella vita... Alla fine gli consigliai di chiamare uno di quei numeri di radiotaxi per richiederne uno. Lo fece e sembrò calmarsi un po'. Dicono che tra dieci minuti al massimo il taxi sarà qui. Grazie al cielo, cominciavo già a innervosirmi... Puoi darmi una sigaretta, Javier? Scusa, ho finito il mio. Nessun problema. Prendere. Fuoco? Sì, grazie. Gli ho acceso la sigaretta. Marisol fece qualche tiro di sigaretta; Soffiò il fumo nell'aria e parlò di nuovo. vero Javier; È stupido che tu sia ancora qui. Il taxi arriverà in pochissimo tempo. Non vale la pena continuare a perdere tempo qui. Avanti, vattene. È venuto dalla mia anima. Senza volerlo, senza pensarci, senza niente... Era spontaneo, era il cuore e l'anima che parlavano da soli, senza che il cervello intervenisse minimamente; senza che nulla intervenisse Maribel, non voglio che tu vada via! Per favore, resta! Passiamo il pomeriggio insieme come avevamo concordato di fare... Perché scappi da me... Cosa ti ho fatto... Dimmi Maribel... Come ti ho offeso? Quando si è presentata sulla porta del ristorante, prima di vedermi e riconoscermi, Maribel stava sorridendo, ma quando ha capito chi era “Otoñalnisélosnumbers”, il sorriso si è congelato sulle sue labbra e da quel momento il suo viso è diventato molto serio. Ma quella serietà non era nulla in confronto al modo in cui i suoi occhi mi guardavano non appena avevo spifferato ciò che la mia anima, il mio cuore, volevano dire a proprio rischio e pericolo. Javier, sarebbe meglio lasciare le cose come stanno... No... non voglio farti soffrire più di quanto ti ho ferito finora... Javier, ti ho visto... ti ho visto quella notte che mi hai "beccato" in macchina con Miguel Angel, e così come ero... Quasi nuda... ho fatto con lui quello che non ti ho permesso di fare in almeno quattro anni di frequentazione... Io...? Mi hai visto? Sì, ti ho visto Javi... Non all'inizio, non quando avresti dovuto vederci, quando passavi davanti alla macchina... (Sorrideva amaramente nel suo sorriso) Ero troppo "occupato" allora per accorgermi che passava qualcuno!... È stato più tardi, quando ci avevi già lasciati indietro... Ti ho visto di spalle, ma ti ho riconosciuto subito... Mi sono sentito male allora... Sporco... Quello è sporco... Perché dovevi vedermi così?... Perché farti soffrire così?... Mi sono sentito come se avessi appena versato sale e aceto su una ferita ancora aperta, la ferita di averti lasciato... Maribel Ho perso la ragazza che avevo, su questo non ho dubbi, né che quella ragazza sia irrecuperabile. Ma avevo anche, spero, un carissimo amico. Un'amica da quando avevo dieci o undici anni... Non vorrei perdere quell'amica... Non voglio perderla... Resta con me, Maribel, la mia carissima amica!... Passiamo questo pomeriggio insieme... E i pomeriggi che desideri e ritieni adatti per il futuro... Quando finii la mia supplica desideravo la sua decisione, come se la mia vita dipendesse da una tale decisione... Maribel mi guardò quasi ancora più seriamente di prima, se una cosa del genere fosse possibile e svenni a volte aspettandola. la sua sentenza. Javier... Sarà davvero così?... No, non vuoi da me qualcosa di più della semplice amicizia?... Javi, non può essere. Non puoi amare di nuovo ciò che non potrà mai essere, perché mi costringeresti a ferirti di nuovo perché non posso accettare i tuoi desideri... Javi, non voglio rinunciare all'amico che sei sempre stato per me... Ma non al prezzo di ferirti di nuovo, caro amico... Non succederà Maribel, mia cara amica. Amici sempre... A meno che un giorno non vorrai qualcos'altro... Ma questo lo deciderai solo tu e solo tu... Il volto di Maribel cambiò immediatamente mentre un sorriso illuminò il suo viso che le coprì tutto il viso, da un orecchio all'altro si potrebbe dire... Allungò la mano verso di me mentre diceva Amici, Javi? Amici, e soli amici... Maribel Si avventò su di me e mi diede due forti baci, uno su ciascuna guancia, e mi abbracciò calorosamente. Ho ricambiato entrambi i baci, anche uno su ciascuna guancia e l'ho anche abbracciata. Javi, non sai quanto sono felice di rivederti... Di poter godere della tua compagnia... Ti amo moltissimo Javi... Davvero, molto, moltissimo... (Marisol ricomincia a snocciolare la sua risata cantilenante) Come amica, ovviamente... Abbiamo riso tutte e due di gusto per quell'ultimo avvenimento e ci siamo abbracciate di nuovo, dandoci baci sulle guance di affetto, di affetto infinito... Ma non di amore... Ebbene Javi, dove vuoi portarmi questo pomeriggio?... Hai pensato a qualcosa? Amico Maribel... Il taxi non tarderà ad arrivare... E perché ne abbiamo bisogno adesso! Perché, per tua informazione, da oggi mi porterai a casa ogni giorno che usciamo... A casa mia ovviamente, non a casa tua! E non provare a salire con me altrimenti ti inginocchierai... O chissà cosa! Ti conosco come "maromo" e non per niente sono stata la tua ragazza in passato... E che "polpo" che a volte fingevi di essere... Perché usciremo più giorni, dico! Certo usciremo più giorni... Finché vuoi, sopportami e non stancarti di uscire con me... Oppure non compare un altro Michelangelo nella tua vita... Ma dobbiamo aspettare i taxi... Verrà con il tassametro acceso e non è bene salutare il tassista "alla francese"... Certo, sei sempre così compiacente, così gentiluomo e così leale... Non ricordavo quella tua cavalleria... Comunque, qualunque cosa tu voglia... È una sciocchezza perché oggi nessuno lo fa più... Come fai a dire che non hai una carriera...! Infatti il taxi è arrivato in pochi minuti, non più di sei o sette, e ho annullato la corsa fino a quel momento. Mi ha fatto pagare un 20% in più in base a non so cosa, cosa che ho piuttosto attribuito a puro furto, ma quel pomeriggio non volevo fare "chiacchiere", quindi senza fare domande ho pagato a quello zio ladro quello che voleva chiedermi. Come sempre accade, le signore ti dicono dove vogliono che andiamo, ma, come sempre accade, le segnano e decidono il programma da seguire, così Maribel decide che dovremmo fare qualche giro attorno al Retiro. Abbiamo visitato il Giardino delle Rose e i Giardini Cecilio Rodríguez; il Crystal Palace e il laghetto al suo ingresso, con quelle specie di cabine che formano i rami di molte delle piante che crescono davanti ad esso, piante con foglie che arrivano fino a terra, formando così delle “cabine” di fogliame. Entrare in quelle “grotte” è stata un'idea di Marisol, voler così ricordare, rivivere, quegli anni lontani della nostra infanzia. Maribel rideva e quasi saltava come una bambina, come quella bambina di quasi nove, quasi dieci anni che conoscevo da anni e della quale ero diventata una così buona amica. Poi volle visitare il monumento ad Alfonso Siamo usciti dal Retiro quando cominciava a fare buio per iniziare un “pellegrinaggio” verso un bar, sì, anche un bar; tasca sì, tasca anche; birrificio sì, birrificio anche, vini da bere, di quel “litigioso” delle terre più che aride della Mancia: di Valdepeñas e Villarrobledo, di Tomelloso e La Roda, di Consuegra e San Clemente, di Madridejos e Infantes, di Tembleque e Cózar… Io bianco, lei rossa per differenziarci nel gusto. E con i vini le porzioni da un orecchio all'altro Trippa alla griglia, alla madrilena, patate bravas e salsa aioli, chopitos fritte e calamari alla romana... E gamberi, gamberi e scampi alla griglia che Maribel adora... Così, con porzioni e tapas, abbiamo fatto una cena regale, e alle undici siamo andati al cinema Narváez, che prima si chiamava Sala di Riedizione Preferenziale; cioè il circuito di sale che proiettavano i film subito dopo l'uscita dal circuito dei cinema Premiere, i tipici e cliché cinema della Gran Vía. E così finì quella prima domenica che ho condiviso di nuovo con Maribel. Quella notte della nostra prima domenica insieme dopo tanti anni, decidemmo di rivederci, non la domenica successiva, ma tutto il fine settimana, da mezzogiorno del venerdì fino alla domenica. Naturalmente, la sera, ognuno si reca al proprio ulivo, per il bene del rapporto semplicemente amichevole. Ma quella rimase, da quel primo fine settimana, come un'istituzione che si ripeteva immancabilmente ogni “fine settimana”, e in breve tempo cominciammo a vederci tutti i giorni. Verso le sette meno otto del pomeriggio andavo a prenderla nello studio legale che Maribel aveva aperto insieme a una vecchia compagna di college, amica del primo anno, Maite, che si rivelò ricordarmi quei quasi due o tre mesi che trascorsi alla Complutense, anche se io, a dire il vero, non avevo idea di chi potesse essere perché non la ricordavo nemmeno lontanamente. Si è anche scoperto che, così come stanno le cose, da quando mi ha incontrato, più di vista direi, il suo cuore pazzo batteva più forte ogni volta che ci incrociavamo o ci incontravamo da qualche parte. Poi ho scoperto che in più occasioni ha cercato di essere “intimo” con me, soprattutto da quando Maribel mi ha lasciato nei guai, molto disponibile a consolare i miei problemi amorosi, e in un modo molto più “espressivo” di quanto Maribel mi avesse mai concesso durante tutto il nostro corteggiamento. Se passavamo insieme dalle quattro alle cinque ore al giorno, dalle sette alle otto del pomeriggio fino a mezzanotte o all'una del mattino, nei "fine settimana", il sabato e la domenica, stavamo dalle undici alle dodici del mattino fino all'una o alle due del mattino quando la accompagnavo a casa sua. La routine dell'addio notturno, quello ogni giorno perché ogni giorno ci vedevamo e uscivamo insieme... Sì, come fidanzati anche se senza esserlo... La routine, dico, era il suo addio con due baci reciproci, uno su ciascuna guancia, un "A domani" e lei semplicemente uscita dall'auto per correre verso il suo portico, da dove mi ha mandato il suo ultimo "Addio" lanciandomi un altro piccolo bacio, questo soffiato sulla mia mano. Come dico, così tutti i giorni... Finché una notte, quando ho parcheggiato la macchina davanti al suo portico perché potesse scendere e andare a casa sua, Maribel non mi ha dato i soliti baci, né me lo ha detto fino a domani... Né è scesa subito dall'auto, ma è rimasta lì, seduta accanto a me e con lo sguardo fisso su un punto dell'orizzonte, un punto che credo lei stessa non abbia visto davvero... Era seria, ieratica, senza parlare, senza muovere un muscolo del viso... Mi ha spaventato questo comportamento insolito, perché era la prima volta, da quando ci frequentavamo, che la vedevo seria, senza sorridere... Mi sono preoccupato, pensando: "Marejada habemus, mio carissimo Javierito"... Dopo un po', ma senza lasciare quello sguardo perduto all'orizzonte, fisso su un punto che direi non vedevo, ha cominciato a parlare Javier... non voglio continuare a dormire da solo... non voglio dormire da solo stanotte... né domani, né dopo... nessuna delle notti che mi restano da vivere... che io e te abbiamo ancora da vivere. Voglio trascorrerli tutti con te... Rimasi perplesso ascoltandola perché quella, quelle parole erano l'unica cosa che mi aspettavo di sentire dalle sue labbra, né allora né mai. Poi mi guardò, girò il viso verso di me e, con voce quasi tremante, continuò a parlare. Riportami da te Javi... No... Non respingermi adesso... Ti prego se vuoi... Non portarmi rancore per il passato... Per favore Javi... No... No... Non le ho permesso di continuare a parlare. Mi sono avventato su di lei e l'ho baciata. Tremante, sì; tremante di commozione, di gioia, di felicità... Con amore, con affetto immenso... La baciai sulla bocca con passione insolita e con passione insolita lei rispose alla carezza... Noi "mora" con ardore supremo, con furia selvaggia... Come se la nostra vita dipendesse da questo... Ci mordemmo le labbra, il collo, le guance... Lei affondò le sue unghie nella mia carne, in preda al fuoco che la bruciava, dal desiderio infinito di essere felice e di rendermi felice, mentre ripeteva incessantemente Ti amo Javier, ti amo con tutta l'anima, con tutto il mio essere, con tutta me stessa... Vedrai, ti renderò felice, ti renderò felice... Mai, mai nessuna donna ti amerà come ti amo io, nessuna donna ti amerà mai come ti amo io... So che ti ho sempre amato, fin da quando eravamo bambini... Perdonami amore; Perdonami se non mi ero reso conto prima di quanto ti amo, di quanto ti ho amato fin da quando eravamo quasi bambini... Senza rendermene conto, amore, senza rendermene conto... Quanto tempo sprecato...! Perduto da me, dalla mia cecità... Io... rimasi sbalordito... Io... fui soggiogato, fui abbagliato da quell'ambiente che trovai quando entrammo all'Università... Rimasi abbagliato da Michelangelo, con i suoi modi mondani, il suo parlare, il suo aspetto... Tacevo le sue grida con un bacio... E quando finalmente la sua bocca fu libera mi mormorò all'orecchio Andiamo a casa, tesoro... Non aspettiamo oltre... Non perdiamo altro tempo qui... Ho bisogno di te dentro, dentro di me... Te lo prometto Javi, te lo prometto... Ho bisogno che tu mi ami, che mi ami... E ho bisogno di amarti, di amarti... Penso che mi ci voglia più tempo per dirlo che per noi, Maribel e io, per arrivare alla porta principale. Lei ha aperto quella porta e mi è venuto in mente di fare un vero e proprio "gilipuertez", ma che volete carissimi, la maggior parte delle volte l'amante ne ha abbastanza di quello, di "jilipuertas", per non parlare dell'epiteto più diretto e semplice di "gilipoyas", che diciamo sarebbe il più "accademico" in spagnolo di girare per casa, anche se risulta essere brutto e con modi un po' "fineolis". Il mio eccellente jilipoyez sta nel fatto che quando vidi quella porta aprirsi davanti a me e la mia dolce Maribel al mio fianco sciogliersi nel miele, che era anche ora, dico, non potei pensare ad un'idea migliore che afferrarla con una mano per i suoi "glutei" ancora più sodi dei molli e coprendo con l'altra mano un po' sopra la metà della schiena per cercare di sollevarla a terra a mano libera, tentativo che fu coronato da un miracoloso mezzo successo. E dico medio perché anche se così, in quella posizione statica, sono riuscito più o meno a resistere, come un laborioso maschio iberico tappetovetonico che difende l’onore di un così illustre maschio delle caverne, quando ho cercato di fare il primo passo che avrebbe permesso alla “sposa felice” di varcare quella soglia nella sua “notte di nozze” senza che i suoi piedini la toccassero, il colpo che “sposa” e “sposo” si sono colpiti era uno di quelli previsti. La Madre di Dio e che esplosione abbiamo guidato noi stessi. Ma quella che rimase più ferita fu Maribel, perché quando mi cedettero le gambe, e poiché "le disgrazie non vengono mai sole" fu lei a crollare per prima, quindi se urtò tutte le sue piccole ossa sulla terra santa e dura, in parte caddi molle, perché il tronco almeno finì sul busto di Maribel. Ma per fortuna, caddi in modo tale che la mia mano destra si trovava sotto la schiena della mia amata bellezza e, nota la casuale coincidenza, al comando della cerniera della sua veste nella mano destra di uno dei tuoi servi. All'istante, il mio intelletto privilegiato ricevette un'idea così estremamente strategica da far impallidire d'invidia lo stesso Napoleone Bonaparte: abbassa quella cerniera fino a trovarla un po' più in basso dove si dice che il retro perda il suo casto nome. Qual è stata la tua reazione a una strategia così sottile? Né più né meno che togliersi il vestito più dai piedi che dalla testa e mandarlo al diavolo in corridoio, e poi sbottonare il reggiseno e mandarlo insieme al vestito. Poi balzò in piedi e corse dietro al vestito e al reggiseno, gridando. Non prendermi! Qui varrebbe la pena notare che Maribel è sempre stata un po' traditrice e quella notte non ha dimenticato i suoi vecchi trucchi, per cui quando si è alzata ero più che schiacciata schiacciata in una certa parte dal mare di nobile, oltre ad essere morbida e pronta come una coppia alla pari per oggi che difficilmente mi lascia senza fiato, cosa che le è valsa un certo "vantaggio" temporale. Le corsi dietro che, tra l'altro, pensavo stesse facendo la stupidità di smettere di appoggiarsi al muro del corridoio per togliersi le scarpe, così in un attimo la stavo intrappolando, ma nel momento in cui stavo per afferrarla per un braccio, la ragazza molto disonesta mi ha spinto e mi ha rimandato a terra, allontanandosi dal mio fianco con sonore risate. Non mi capisci! Non prendermi! Mi sono alzato di nuovo e l'ho rincorsa di nuovo finché non l'ho raggiunta nella sua camera da letto. Troppo tardi per picchiarla, perché era seduta sul letto, con le mutandine per terra e una calza che doveva essersi appena tolta quando sono entrato. Vedere? Non mi hai preso! Sarai un duro...! Hai tradito! Per due volte Maribel rise di me come una pazza. Ok... Ma non mi hai preso! Mi sono avventato su di lei per l'ennesima volta quella notte e abbiamo iniziato una nuova antologia "fucking". Ero praticamente sopra di lei, con le gambe penzolanti e i piedi per terra... Le nostre bocche si separarono per un attimo, giusto per riempire un po' d'aria nei polmoni. Poi mi sussurrò di nuovo all'orecchio. Ti piace come sono vestito per aspettarti? Ti piaccio ancora? Dimmi la verità Javier... so che non sono più la ragazzina che ero e che tu sapevi. Ho più cinquantacinque anni che cinquantaquattro. Ma... puoi ancora piacerti? Maribel, sei, eri e sarai sempre la donna più bella dell'Universo! Bugiardo! Adulatore!... Ma mi piace che mi menti... Che mi dici quelle cose belle... Non sono bugie Maribel... È la verità... Sei una donna meravigliosa... La più bella e splendida che io abbia mai conosciuto o conoscerò mai... Hai un corpo che mi fa impazzire; che mi inebria... Quanto sei bella, amore mio! Ti piaccio davvero?... Vedi come dovevo arrivare prima di te? Ho dovuto ingannarti affinché tu mi trovassi così, nudo per te, tesoro mio. Volevo piacerti più che mai, sbavare su di me... Ah, ah, ah!... Proprio come stai sbavando adesso... Ah, ah, ah... Sì, penso che non mi stai mentendo, che ti piace proprio quello che vedi... E commovente!... Non essere scortese, tesoro! Amore più dolce…. Così, tesoro... Così è meglio... Ti amo Javi, ti amo amore mio... L'ho baciata tutta, dalla testa ai piedi e l'ho accarezzata in estasi in quel corpo di una dea greca del Partenone... Perché per me Maribel era quello, una Dea... E come una Dea, fino ad allora per me inaccessibile... Credevo di vivere un sogno, un'irrealtà... Perché solo nei sogni l'inaccessibile può diventare accessibile Ancora una volta Maribel lasciò scivolare nelle mie orecchie nuove parole Javi ama. Mettiti a letto bene. Sdraiati e appoggia la testa sul cuscino... Voglio finire di spogliarti... Me lo permetti, tesoro? Sono tutta tua... La tua schiava se vuoi... Maribel, poco a poco, come se mi facesse uno "spogliarello", e con un leggerissimo aiuto da parte mia, mi ha spogliato dei pantaloni, dei boxer e delle mutande... Poi mi è salita sopra, borbottando ancora Penetrami Javi, penetrami...! Fammi tuo tesoro...! Tuo per sempre amore mio... Mio marito...! Pochi giorni dopo, quelli strettamente necessari per raccogliere la documentazione necessaria, il matrimonio tra me e Maribel è stato formalizzato nello Stato Civile Da allora sono passati anni, dodici per l’esattezza, e io e Maribel stiamo ancora insieme, amandoci ancora più che in quella “notte di nozze”, perché la convivenza, quando in essa regna l’amore, l’affetto sincero e reciproco, accresce ed esalta l’amore primordiale, donandogli anche equilibrio e serenità. Di tranquillità e di calma... Tranquillità e calma di giorno, perché quando viene la notte e ci incontriamo nella camera coniugale, ciò che regna è la passione, l'ardore ardente dell'amore reso sessuale, un sesso derivato dall'amore che professiamo l'uno per l'altro e che ogni notte verdeggia in nuovi germogli che lo mantengono sempre giovane, sempre appassionato e ogni giorno più saldo. Lo stesso giorno dopo la nostra prima notte, Maribel è venuta a stare con me nella mia casa a Sainz de Baranda, con la quale la casa ha guadagnato il 1000% in gioia, perché lei, da sola, mi riempie di luce e mi inebria di dolcezza e di gioia immensa... È come un bellissimo canarino canterino che rende felice la mia vita con la sua sola presenza. E, anche a quasi sessantasette anni, ricordiamoci che ho praticamente diciotto mesi più di lui, mi fa impazzire ogni giorno di più. Di solito va a letto come ha detto Brigitte Bardot, con qualche goccia di profumo e niente, assolutamente niente altro. Dice di essere sempre pronta per suo marito. A volte rimango alzato fino a tardi e vado a letto quando lei già dorme. Nell'estenuante estate madrilena di solito dormiamo senza biancheria da letto oltre al lenzuolo sotto. Quindi adoro vederla così, nuda... mi estasio molto più ad ammirarla che a guardarla. Di solito poi mi siedo ai piedi del letto con molta, molta attenzione per non svegliarla, e da lì non mi stanco mai di guardarla, ammirando quel corpo di dea greca che, almeno per me, conserva in tutto il suo splendore, e sono sicura che conserverà finché vivrà. A volte si sveglia e mi vede che la guardo a bocca aperta. Poi mi chiede se mi piace ancora e io ovviamente le dico che ogni giorno mi inebria sempre di più, mi fa impazzire di più... Che ogni giorno che passa è sempre più splendida. Lei sorride contenta, mi tende le braccia e mi dice Vieni tesoro, vieni da me e mostrami quello che mi dici. Mostrami come sai come farlo. Non abbiamo avuto figli, perché si è fatta legare le tube poco dopo aver sposato Miguel Angel... Ecco perché di tanto in tanto mi viene in mente quel verso della canzone “Al Alba” di Luis Eduardo Aute. I figli che non abbiamo avuto Si nascondono nelle fogne, Mangiano gli ultimi fiori, sembra che abbiano indovinato che il giorno che si avvicina arriva con la fame ritardata