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LA SECONDA OCCASIONECAPITOLO 1 Da bambini, mia cugina Marisa, suo fratello Alberto ed io eravamo inseparabili, i miglior

LA SECONDA OCCASIONECAPITOLO 1 Da bambini, mia cugina Marisa, suo fratello Alberto ed io eravamo inseparabili, i migliori amici del mondo. Io e Alberto avevamo la stessa età, io ero solo un paio di mesi più avanti di lui, ma Marisa era più grande di me e di suo fratello di circa due anni. Erano i figli di mio zio Angel, fratello di mio padre di circa tre anni più grande di lui, ma erano inseparabili. I miei zii Angelo e Matilde vivevano quasi accanto ai miei genitori, sulla via principale del paese dove siamo nati tutti, ed erano quasi sempre insieme, i miei zii e i miei genitori, quindi fin da piccoli io e i miei cugini condividevamo giochi e scherzi in abbondanza, che ci procuravano buoni schiaffi da parte delle nostre mamme. Marisa, a otto o dieci anni, era una ragazzina vera che, piuttosto che uscire con bambole e amici, preferiva venire con me e suo fratello a fare i giochi infantili tipici di quegli anni '50: Pirati, guerrieri medievali, indiani e cowboy; ed alle biglie o ai “berretti”, ebbene, che “strade” abbiamo percorso sulla terra, con alcune “sponde” nelle curve di mio padre e molto signore, dove i “ciclisti” che ogni capo rappresentava prendevano degli “effetti” che facevano scattare il “ciclista” che era una mia vita. Quante volte sono riuscito a prendere la “testa” della corsa su quelle “rive”, quando il mio piatto è schizzato fuori con tale effetto da mettermi al primo posto. E quante volte il mio “ciclista” è stato lasciato indietro dai loro. Anche se, la verità è che Marisa mi ha lasciato più volte di suo fratello, perché, come ho detto, che “chicazo” era. Le cose andarono più o meno così fino ai dieci anni, quando mia madre decise che bastava vivere in un paese che, pur non essendo eccessivamente piccolo, non aveva le opportunità minime perché un ragazzo di quella famosa borghesia del dopoguerra, anni '40 e '50, con un livello economico-sociale né troppo alto né troppo basso, potesse studiare al liceo e poi potersi iscrivere all'università. Così, poco dopo l'inizio del 1951, anno del mio undicesimo anniversario di vita, tutta la mia famiglia si trasferì a Madrid, dove i miei genitori trovarono un appartamento in affitto in una strada che all'epoca era quasi in costruzione, poiché l'edificio in cui affittarono l'appartamento era il penultimo della strada, con campi aperti ovunque, sia davanti che dietro l'edificio. Precisamente, le finestre sul retro della nostra casa di Madrid si affacciavano su un grande campo dove mi stancavo di giocare e in fondo al quale c'era una vecchia stazione ferroviaria a scartamento ridotto, l'allora famosa stazione di Arganda. Anche questa ferrovia a scartamento ridotto aveva la sua fama, poiché era popolarmente conosciuta come “Il treno Arganda, che fischia più che corre”. Non appena ci sistemammo nella nuova casa, durante l'anno scolastico inoltrato, mia madre si presentò alla direzione di una rinomata scuola religiosa. La sua intenzione e la sua assoluta certezza era che lì avrei completato gli studi primari, ma scoprì che il preside della scuola, padre Emeterio de mis sins, era del parere che con i miei prossimi undici anni quello che avrebbe dovuto iniziare lo scorso settembre, l'inizio dell'attuale anno accademico 1950-51, era il primo anno di quel Baccalaureato di sette corsi più la Revalida, allora chiamato Esame di Stato. Insomma, quel felice papà Emeterio mi ha messo dalla testa ai piedi al High School Entry, corso che non c'era modo di frequentare a giugno perché mi sono iscritto alla scuola abbastanza in fretta. Anche se in città frequentò fin dall'età di otto anni le Scuole Nazionali, l'Istruzione Pubblica di allora, ciò che vi insegnavano riguardava a malapena la lettura, la scrittura e le quattro regole, addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. Le famose tavole cantate “Due volte uno fa due; due volte due, quattro” ecc. Inoltre, tutto questo è generalmente poco appreso. E, naturalmente, questa non era una base minimamente sufficiente per intraprendere l'ammissione al Bachelor in una scuola superiore, dove l'istruzione primaria era molto più forte che nell'istruzione pubblica. Male endemico in Spagna, Pubblica Istruzione nelle sue fasi iniziali. Conseguenza di tutto ciò? Ebbene, nell'estate del 1951 non potevamo andare in vacanza in città perché mio padre Emeterio de la Naras insisteva perché frequentassi i corsi estivi intensivi che la scuola offriva agli studenti bocciati a giugno, per prepararsi adeguatamente ai "play-off" di settembre, cosa che la mia cara mamma appoggiò calorosamente, quindi, wow, quell'estate a Madrid tutti sudavano. Quel settembre superai l'esame di ammissione, così all'inizio di ottobre iniziai il primo anno di quell'allegro liceo, con “Latinazos” dal primo anno e Greco dal quarto anno. Incredibilmente ho superato quel primo corso di “cuchillerato” a giugno. Non chiedetemi come sia avvenuto un miracolo del genere, mai più ripetuto, perché non saprei spiegarlo neanche io. Comunque, il fatto è che quell'estate andammo in città; e dalla fine di giugno fino a settembre inoltrato, dopo le fiere e le sagre del territorio. Quell'estate, poi, appena compiuto dodici anni, ho ritrovato i miei cugini preferiti, Marisa e Alberto, e, francamente, è stata una delle migliori estati che abbia mai trascorso. Sarà stato proprio il quasi anno e mezzo trascorso senza vederli, se quell'estate rimase impressa per parecchio tempo nei miei ricordi come una delle più felici della mia lontana infanzia, visto che a dodici anni non avevo in me nemmeno il progetto dell'adolescenza. Anche se devo aggiungere che a dodici anni mio cugino Alberto era ancora insoddisfatto, idem per la tela; Penso che io e Alberto fossimo i ragazzi più cool dell'intero mondo spagnolo, perché a quell'età, in generale, la maggior parte dei ragazzi cominciava già a notare i primi "calori" lì nella zona piuttosto pelvica, ma io e mio cugino eravamo al settimo cielo per quelle "necessità". Marisa invece, a quasi quattordici anni, era un'altra cosa. L'ho trovato diverso; Non era più come negli anni precedenti: si arrabbiava con me e suo fratello per quasi tutto, e la cosa peggiore era che ci chiamava sempre “nani”. Guarda la “signora saggia” e i “fumi” che sta ricevendo adesso! Mio cugino Alberto mi ha poi informato che soffriva di questi “fumi” da quasi un anno. Comunque io e Alberto arrivammo presto alla lucida conclusione che le ragazze, tutte senza eccezione, erano delle “idiote” oltre che insopportabili, per cui sarebbe stato meglio tenerle il più lontano possibile. Vediamo se le "branchie" assolute non eravamo noi! Comunque le cose andarono più o meno così per i due anni successivi: noi, Alberto ed io, come ragazzini “duri”, ci tramandavamo tutto ciò che indossava la gonna. E Marisa diventava sempre più stupida e insopportabile con noi, quasi non voleva nemmeno vederci, perché frequentava costantemente i ragazzi più "stronzi" della città, quelli di dieci e sette, dieci e otto e anche vent'anni che si credevano i re del mondo. Del mambo direi adesso, ma del mambo non ne ho idea. Come ho detto, noi, io e Alberto, abbiamo fatto la nostra cosa, che comunque non era altro che giocare a tutta velocità. Anche se devo ammettere che quel secondo anno, cioè il quattordicesimo della mia esistenza, cominciai a notare cose strane nel mio corpicino di montagna. Comparvero dei piccoli peli dove camminava quella cosa che, pensavo, era lì solo per fare pipì; Allora, ero completamente consapevole che quella piccola cosa diventava ogni giorno più grande. Ma la grande sorpresa è arrivata la notte in cui mi sono svegliato affogato in un liquido molto strano, perché non era così liquido, ma piuttosto denso. Dio e quante cose strane mi stavano accadendo. Incuriosito, ho chiesto ad Alberto se anche a lui stesse succedendo qualcosa di simile, e la mia sorpresa è stata enorme quando mi ha confessato che, punto dopo punto, anche a lui stava succedendo la stessa cosa. Anche se mi ha calmato un po' quando mi ha detto che, secondo quello che gli aveva detto un ragazzo un po' più grande, uno di quegli stronzi con cui ora giocava sua sorella, non aveva importanza, che era normale e succede a tutti i ragazzi: stavamo diventando uomini. Bene, vai con la "hombrada" e le paure che ha dato! Passò quell’anno che per me era così confuso, l’anno del mio quattordicesimo compleanno, a cui seguì l’anno del mio quindicesimo compleanno e l’anno del mio sedicesimo compleanno, anch’essi lasciati alle spalle per affrontare il 1957, anno in cui avrei compiuto diciassette anni. Quello fu un anno di grandi e definitivi cambiamenti nella mia vita, che, per così dire, cambiò come un calzino rivoltato. La cosa cominciò già i Natale precedenti, quelli del 1956-57, quando il “berretto era pieno di sassolini” di mio padre, cioè scoppiò in un umore terribile, poiché avevo appena iniziato la seconda ripetizione del quarto anno di liceo, dopo aver ripetuto un anno il terzo; E quel felice quarto anno non lo passò nemmeno per sbaglio, il che è del tutto comprensibile se si tiene conto che, nemmeno per sbaglio, durante tutto l'anno aprì un libro. All'inizio, perché andare in giro a fare i soldatini o “uscire” per strada a fare scherzetti uno dopo l'altro, mi “raffreddava” molto di più che aprire quei libri più che noiosi. Più tardi, perché quello che per me era “cool” non erano più i soldatini, ma camminare all'impazzata dietro alle tante ragazze ben fatte che sciamavano per le strade di quella Madrid dei miei peccati. Devo anche ammettere che qualche volta, raramente, mi vedevo davanti ad uno di quei libri allegri aperti davanti a me; Ma non credere che questo fosse per virtù o amore per l'arte, tutt'altro, ma perché a volte la mamma voleva imporre la sua autorità con uno schiaffo netto e, ovviamente, neanche questo era il piano. Ma non crediate che in occasioni così speciali la mia attenzione fosse focalizzata sul noioso testo aperto davanti a me; Senza contare questo, perché allora l'unica cosa a cui pensavo erano le otarde, fauna che non so perché abbaglia così tanto chi passa il suo tempo pietosamente sprecato. Ebbene, il fatto è che, appena passato il Natale, entro e non oltre il 10 gennaio, mi ritrovai a lavorare come magazziniere nello stesso negozio di ferramenta che gestiva mio padre. Inoltre la Madre di Dio deve avermi “raccomandato” in qualche modo! E quello che mi ha fatto “piegare la schiena” fin dal primo giorno. Per me, il direttore del magazzino, un ragazzo assolutamente orribile, è stato crudele con me. Non ero nemmeno da due settimane all'inferno quando tentai di "negoziare" con mio padre: con l'espressione più angelica e innocente che potessi avere, gli giurai su tutto ciò che potevo giurare che ero riformato, che se mi avesse permesso di tornare all'Istituto, avrei mangiato i libri crudi. Ma non ha "inghiottito". Oltretutto mi ha minacciato, sì, velatamente, molto velatamente, che se avessi riprovato mi avrebbe “raccomandato” molto più seriamente. Inoltre mi ha detto che, se avesse ricevuto ancora delle lamentele da parte mia, dal momento che quel maledetto magazziniere scatenava ogni "rumore" su di me ogni volta che il mio santo padre si presentava nel magazzino in modo che avrei dovuto sentirle, sarei rimasto in quel maledetto magazzino finché alle rane non fossero cresciuti i peli. Comunque, visto il panorama, ho pensato che sarebbe stato meglio smettere di sottrarsi ogni volta che potevo e prendere quel maledetto lavoro un po' più sul serio. Anche se, la verità è, non molto più seriamente. L'altro cambiamento fondamentale avvenne nel mese di agosto di quell'anno 1957, con già diciassette anni alle spalle, quando nel magazzino delle mie disgrazie mi sorpresero con una vacanza e potei andare in città. In quel viaggio mi fu più che chiaro che, senza sapere come e come, mi ero innamorato come un cane di mia cugina Marisa. E il fatto è che quella dannata ragazza era diventata più calda del pane sporco e i miei occhi scintillavano ogni volta che la vedevo. Da quell'estate, ho provato ad avvicinarmi a lei ogni giorno, ma ogni giorno i miei tentativi finivano in netto fallimento, perché sebbene non fosse più così scortese con me e con Alberto, suo fratello, come prima, anche le attenzioni che ci dedicava non erano niente di fuori dal mondo: senza dubbio continuava a vedere in noi persone quasi giovani, molto lontane dall'Olimpo dei "vecchi", come lei per esempio. E così, con più dolori che gloria, trascorse il quasi anno e mezzo che mi separava dal Natale 1958-59, date per me memorabili: A metà mattina del 20 dicembre 1958 mi chiamarono in ufficio. Quando sono arrivato lì, ho incontrato mio padre e il suo amico, il direttore delle vendite. Sapevo che mio padre sarebbe tornato a casa la mattina prima per trascorrere il Natale; Immaginavo addirittura che quella mattina sarebbe passato al magazzino, come era sua inveterata abitudine, ma chiamarmi in quelle occasioni era una novità. Insomma quello fu il mio ultimo giorno da magazziniere perché quando mio padre se ne andò andai con lui. Mi “scusava” di lavorare in magazzino e passavo addirittura il Natale in giro. Ragioni di tanta incredibile liberalità in lui, che secondo il figlio non era affatto liberale, nonostante il suo repubblicanesimo e il suo sinistrismo quasi congeniti? Molto semplice: È stato “promosso” da cameriere a suo assistente personale, perché quel giorno mi ha annunciato che appena avesse ripreso il viaggio dopo la pausa natalizia, sarei uscito con lui per imparare il mestiere di Agente di Commercio. Vendere a qualsiasi commerciante mi capitasse davanti e ottenere il massimo dell'ordine ottenibile, senza che nemmeno uno “scappasse”. Intorno all'8 o al 9 gennaio 1959 ero lontano da casa per la prima volta nella mia vita. Per la prima volta entrai anche in una ferramenta come venditore, anche se sarebbe meglio dire come accompagnatore del venditore, visto che la mia prestazione in quella prima lezione pratica che mi diede mio padre si limitò al protocollo di stringere la mano al cliente con il tipico "Piacere di conoscerla, signore". Da allora in poi fui un osservatore muto. Ricordo chiaramente che era nella città di Tarancón, a Cuenca. Quella notte fu anche la prima notte in cui dormii fuori casa, in un letto sconosciuto. Era in un'altra cittadina di Cuenca, Carrascosa del Campo, in una squallida locanda e sotto un freddo terrificante. Una locanda dove si poteva stare solo un po' al caldo nella stanza che, allo stesso tempo, era cucina e sala da pranzo per i viaggiatori. Lo ricordo come se fosse successo ieri: il caminetto a fuoco basso, acceso sul pavimento, in un lato della stanza e sotto un camino grondante di fuliggine; Una stufa di stagno rovente, di quelle tipiche della Mancia, panciuta e piena di legna, riscaldava la stanza da un angolo creando un'atmosfera alquanto gradevole. Al piano superiore, le stanze, fredde come iceberg, con un servizio lavabo ridotto a un mobile alto, con gambe lunghissime, con un anello a metà altezza dove si incastrava un lavabo. In alto, una cornice ovale con lo specchio sbiadito e in basso un secchio per versare l'acqua del catino. Una brocca o bacile, alta, altissima, con una capacità di cinque litri, questo lo so bene perché nessuno sa quante ne sono riuscito a vendere in quegli anni, completava il servizio dei lavabi. La mattina dopo, per lavarci, dovemmo cominciare rompendo lo strato di ghiaccio che si era formato durante la notte all'imbocco di quel bacino. A quella prima locanda non conosco nemmeno quelle che seguirono. Così come non conosco il numero delle locande, degli alberghi a buon mercato, che allora venivano chiamati alberghi "dei viaggiatori", poiché il viaggiatore di allora non spendeva soldi, ma piuttosto guadagnava. Quindi non c'era stipendio, né indennità di viaggio, né chilometraggio... Solo l'emolumento al tasso di provvigione sulle vendite, tra il 3 e il 5%; Ciò significava che ogni volta che spuntava l'alba dovevi uscire a guadagnarti i ceci, perché se vendevi, e quello che si vendeva si ritirava, guadagnavi; ma se non veniva venduto o quello che veniva venduto non veniva incassato, nemmeno un vero e proprio, come si diceva allora. Le spese di viaggio invece erano fisse e dovevano essere pagate ogni giorno: locomozione, biglietti treno-autobus o benzina più svalutazione dell'auto; colazione, pranzo, cena e letto ogni giorno. Anche se avevi bisogno di andare in bagno mentre eri per strada, dove trascorrevi la giornata, una pinta di birra o un "chatito" di vino, perché dipendevi dal bar di turno per soddisfare quelle urgenti necessità, e non uscivi da quel posto senza chiedere qualcosa... Comunque, perdonami, ma i ricordi mi sono venuti in mente, a frotte... E poiché sono sicuro che non c'entrano nulla con la "storia" che racconto, direi che, tra tutti, Comunque, quel periodo e tutti gli anni on the road che seguirono, perché rimasi attivo finché il mio corpo reggeva e la mia vista vedeva la strada senza problemi, furono i più belli della mia vita, perché finii per innamorarmi della mia professione; e “appendere” i campioni, visto che avevo quasi trent'anni ed ero già assolutamente mio, visto che finivo per vendere quello che compravo da solo, senza dipendere da nessuno, essendo il mio unico capo. Il mio e altri tre agenti che ho inserito nell'attività; e l'impiegato occasionale, il magazziniere e il trasportatore. Per questo motivo in qualche occasione ho detto che, invece di andare in pensione, ero in pensione, poiché ero iscritto alla Previdenza Sociale solo come lavoratore autonomo, quindi ho potuto essere attivo finché ho potuto. La mia pensione non è prevista dallo Stato, ma dall'attività che ho costruito dal nulla, ora sotto la direzione del mio figlio più piccolo e di mio genero, uno di quei tre viaggiatori che ho assunto da tempo. E vale ricordi e confidenze piuttosto irrilevanti, ma perdonatemi; Non potevo farci niente, era più forte della mia volontà. O forse quella era la mia volontà, lasciar volare la fantasia, rivivendo un passato per me molto bello. Bene, quello che stavamo cercando. Fatta eccezione per il mio “ingresso in società” come apprendista commesso viaggiatore, ci furono pochi cambiamenti in quell'anno, 1959, a meno che non dicessi che la mia infatuazione per mia cugina Marsa stava andando “in crescendo”. Così come la mia “rabbia” quando la vedevo in compagnia di quei “bei bambini” che non mi guardavano nemmeno perché per loro ero ancora un “piccolo ragazzino” davanti ai “grandi”. Ma ciò che più mi ha fatto arrabbiare e che mi ha fatto soffrire indicibilmente la gelosia più tremenda è stato vedere come Raúl, il “ragazzo” della famiglia più potente del paese, il cui padre possedeva più della metà delle terre della zona, monopolizzava Marisa come poteva. Ma la cosa peggiore fu rendersi conto che il mio amato cugino non era affatto disgustato da un individuo del genere; Al contrario, perché quella dea eburniana lo riconobbe come qualcosa di brutto. A tutto ciò si aggiungeva che i miei zii, Juan e Matilde, erano sopra le loro teste perché avevano intravisto che la loro figlia avrebbe potuto “cacciare” la “festa” più favolosa della regione. Passò l'anno 1959 e arrivò il 1960, quando avevo già vent'anni. A questo punto, vorrei riferire che il mio “apprendimento” stava andando sempre più rafforzandosi. Nemmeno nei miei sogni potevo immaginare che, come dice lui, ero nato per quella professione di cui, oltretutto, mi innamorai in un attimo. I lunghi mesi di viaggio non mi hanno disturbato per niente e i miei amici di Madrid non mi sono mancati per niente. Sulla strada mi sentivo come un pesce nell'acqua. Potete immaginare cosa ha significato per me entrare in un “osso” di una ferramenta che si difendeva come un gatto sulla pancia dai miei tentativi di vendita, portarlo poco a poco nella mia terra e, finalmente, procurargli un gustoso ordine? Poi mi sono sentito l’uomo più grande dell’universo e il mio “ego” è diventato gigantesco. Non c'è piacere più grande al mondo che sperimentarlo, padroneggiare il cliente. E lo è ancora di più considerando che non ero altro che un novellino nell'arena commerciale, e quelle "ossa", individui con zanne commerciali molto, molto contorte. Dai, come direbbero nel mondo delle corride, lavora con due orecchie, una coda e non si sa quanti giri intorno all'arena. Perché a metà del 1959 mio padre cominciò ad affidarmi la cura dei clienti da solo; E, già nel 1960, mi mandò addirittura in viaggio, approfittandone per potermi riposare un po' in quei giorni ed io partivo al volante della nostra macchina più felice dei famosi “Chupillas”, chissà chi sarebbe il buon signore. Ma quando passavo per il paese, non per riposarmi d'estate, ma come un'altra piazza sulla strada che era anche quella, con i suoi successivi clienti, i quali, a dire il vero, non mi prendevano troppo sul serio, forse perché mi avevano visto crescere e fare mille e una stupidaggine e, quel che è peggio, un sacco di scherzi "belli" in compagnia di mio cugino Alberto che, in verità, era ancora il "cantamañanas" di tutta la sua vita. Ma cosa vuoi, era ancora il mio migliore amico. E fu proprio lui a darmi la fatale notizia: sua sorella Marisa e l'odioso “ragazzo” stronzo Raúl erano una coppia molto, molto formale, con emorragia di soddisfazione dei miei zii Juan e Matilde, ma anche con disperazione di Alberto, poiché non è ancora molto chiaro chi dei due odiasse di più il “bel ragazzo”, Alberto o io, che già odiamo. Come puoi immaginare, la notizia mi colpì come la famosa brocca d’acqua ghiacciata, tanto che persi quasi tutta la settimana, perché non ero disposto a insistere in nessuna “battaglia” commerciale e lo sforzo che ci mettevo era praticamente nullo. Quando tornai a casa e mio padre vide la settimana perduta, ricevetti un litigio da parte di mio padre e del mio caro signore, che sopportai con stoicismo spartano. Nel mese di agosto di quell'anno 1960 ritornai in città. A nulla mi serviva cercare di rifiutarmi di partire, perché i miei genitori prendevano molto sul serio che restassi sola a Madrid durante tutto il mese del “Rodríguez”, come a quei tempi venivano chiamati i mariti che restavano soli in città mentre la santa moglie e i “figli” andavano alla spiaggia o dovunque. “Rodríguez” perché si supponeva che proprio le “pillines” dedicassero le notti di Ferragosto alla frequentazione di graziose signorine trovate chissà dove, dopo essersi staccate dall'alleanza matrimoniale e adottato il cognome comune. Ebbene, quello che stavo dicendo: cosa non avrebbe fatto la testa folle della sua amata prole, completamente sola in quella città di perdizione durante il famoso mese! Andiamo, non me lo avrebbero mai permesso con i miei teneri vent'anni appena compiuti. E siccome in quel periodo i genitori, immancabilmente, erano di grande aiuto, beh, aglio e acqua Antoñito, tesoro. Vale a dire, "HUMP AND HER ON", suonano. Ebbene, i dolori che mi hanno afflitto in quello sfortunato mese sono stati "Prognosi Riservata", perché sono addirittura diventato giallo dal vedere Marisa fino a quando non ho avuto il "culmine" con il demoniaco Raúl, l'essere che ho odiato di più nella mia vita. E finii per fare una cazzata eccessiva: una domenica pomeriggio mi presentai al ballo che allora si teneva al Casinò e feci finta di ballare con mio cugino: chiesi gentilmente all'allegro Raúl di permettermi di ballare un momento con la sua ragazza, mia cugina, alla quale il “tacchino” non sembrò essere molto disponibile. Ci sono riuscito grazie all'intercessione di Marisa stessa. Cavolo, Raúl, che è mio cugino! Raúl, anche se con l'aria di non gradire molto la cosa, si è tolto di mezzo e ho potuto mettere Marisa per la vita e portarla al centro della stanza. Era quasi la prima volta che ballavo con lei, che l'avevo così vicina a me. E la Natura ha lavorato su di me da sola. L'ho spinto tremendamente davanti alla mia umanità, niente di straordinario comunque, e quella cosa della mia anatomia che una volta era piccola, piccola, ma che poi è cresciuta, diciamo, parecchio, ha preso una vita propria, è diventata più grande di quanto non fosse mai stata prima, ma questo non è stato un ostacolo per me nel separarmi dal mio amato cugino. Anzi, l'abbraccio del suo corpo divenne l'abbraccio più spudorato e quella “cosa” allargata si proiettò in modo tale su quella parte così sensibile dell'anatomia femminile, che Marisa non passò affatto inosservata. Ma che hai, Antonio! Sei pazzo? Per Dio, sono tuo cugino! Non ho avuto il tempo di dire nulla. Senza nemmeno sapere da dove provenisse, ho ricevuto un tremendo pugno in faccia che, subito, mi ha fatto sanguinare copiosamente il naso, poiché si era appena rotto. Rotolai a terra, completamente colto di sorpresa, e poi lo vidi davanti a me. A Raúl non era piaciuto per niente quello che aveva detto, il modo in cui avevo preso la sua ragazza e quello che era successo. Devo ammettere che aveva ragione, poiché i miei desideri femminili riguardo a Marsa erano evidenti a chiunque prestasse attenzione, e Raúl non ci perdeva di vista. Ma la mia vista si annebbiava, vedendo tutto più rosso del sangue, la mia ribolliva come non aveva mai bollito prima, e pensavo solo ad “assassinare” qualcuno così odiato. Balzai in piedi e mi lanciai contro di lui con un istinto omicida. Ma non sono riuscito a sferrare un solo pugno, perché Raúl mi ha fermato con un altro colpo altrettanto forte del precedente, anche questo in faccia, con il quale ho cominciato a sanguinare, anche copiosamente, dalla bocca, poiché il feroce fidanzato di Marisa mi aveva fatto cadere più di un dente e più di due, il che mi è costato un bel soldo restaurarlo. Ancora una volta mi sono vista stesa a terra e senza la forza di rialzarmi. Ma questo non ha fermato la furia dell'“abbraccio”, che mi ha “regalato” due calci nelle costole epocali. Mia cugina Marisa è diventata isterica, piangeva e urlava allo stesso tempo, guardandomi con gli occhi spalancati, ma senza fare alcun movimento per avvicinarsi e nemmeno per proteggermi dal suo barbaro fidanzato. Allora sono stati altri a venire in mio aiuto, immobilizzando il cafre di Raúl e poi sollevandomi da terra. Avrei voluto rifiutare, ma non avevo la forza di resistere, e mi hanno portato a casa, dove non volevo andare in quello stato per l'allarme che avrebbe causato nella mia famiglia, allarme che si è verificato non appena mi hanno visto. Mai in vita mia ho sentito mio padre attaccare qualcuno come quella notte contro il figlio della cattiva madre di Raúl, il signore del posto. Ho spiegato loro cosa è successo, come mi sono innamorato di mio cugino. Ho provato anche a scusare Raúl, dicendo che avevo già trascorso sette o otto paesi con mia cugina Marisa, la sua ragazza, e che questo è un male da tollerare per qualsiasi uomo, e ancor meno per il “piccolo signore” del posto; ma non riuscivo a calmare mio padre, che imprecava e imprecava anche in aramaico contro quel male nato. Ma anche sua nipote non è riuscita a cavarsela bene dalla “distribuzione” degli insulti, perché l'ha addirittura chiamata stronza, cosa che mi ha portato a confrontarmi con lui in un certo modo. E per me Marisa era intoccabile da tutti. Insomma, gli ottimi rapporti tra mio padre e suo fratello Juan si raffreddarono un po' per qualche tempo, e la visita che i miei zii Juan e Matilde, insieme alla figlia Marisa, fecero il pomeriggio successivo per interessarsi a me, non servì molto a rinnovare il rapporto fraterno. Credo che sia stato allora che mio zio Juan venne a conoscenza dell'allontanamento che suo fratello, mio padre, aveva preso nei suoi confronti, perché l'accoglienza che fece a suo fratello e a sua cognata non fu fredda, fu solo gelida. E ignorò completamente sua nipote. Mia madre mi faceva solo piangere e mia zia Matilde la imitava subito. Marisa è rimasta in silenzio davanti a tutti, perché mio padre aveva fatto entrare nella mia stanza il fratello, la cognata e la nipote. I momenti erano molto tesi. I miei zii mi hanno dato qualche bacio, hanno parlato poco, stando tutto il tempo in piedi perché mio padre non gli ha offerto posto quando entravano e subito se ne andavano; La situazione era inutile. Mentre si salutavano, per la prima volta quel pomeriggio, mia cugina Marisa mi si è avvicinata, mi ha baciato sulla guancia e, quasi mormorando, me lo ha versato nelle orecchie. Cuginetto, ti voglio tanto bene... Lo sai? E sento nell'anima quello che è successo ieri... Non so cosa mi è successo, ma non ho potuto reagire: ero bloccato, stordito... Sconfitto da non so cosa. Ma ti prego, cugino, ti prego: non odiarmi... Non ho risposto niente e li ho guardati uscire in silenzio. Alla fine sono dovuto restare a letto per tre giorni, perché le “picchiate” non erano state banali. Dopo meno di una settimana tutta la famiglia ritornò a Madrid. Mio padre, soprattutto, non voleva restare un altro giorno nel suo paese; disse che se avesse incontrato quel figlio malvagio, non sapeva cosa avrebbe fatto. Cercavo di prendere alla leggera la questione, soprattutto perché non mi piaceva la direzione che stava prendendo il rapporto tra mio padre e mio zio Juan. Ma non c'era modo. Così, come ho detto, dopo aver riposato tre giorni a letto e un altro paio in piedi, ma senza uscire di casa e, come si suol dire, dal letto alla poltrona piena di cuscini che mia madre mi aveva preparato per la mia massima comodità, caricammo la macchina, il carretto e la coperta per Madrid. Quello era il primo anno, da quando ho memoria, che mio padre e mia madre non erano nel loro paese per i festeggiamenti della Vergine, di fine agosto, quando la Santa Patrona del paese viene portata dal suo Eremo-Santuario alla chiesa parrocchiale del paese, rimanendovi fino alla fine delle annuali Fiere e Feste in onore della Patrona, intorno alla prima decade di settembre. Arrivato a Madrid rimasi ancora inattivo, uscendo poco con gli amici, fino alla fine dei primi giorni di settembre, data in cui io e mio padre riprendemmo il viaggio, insieme come sempre. Da notare che, nonostante viaggiassimo insieme sulla Citroen Tiburón di mio padre, all'inizio di quel già stremato mese di agosto, presi per la prima volta un'auto mia, una di quelle popolari Seat 600 che all'epoca, più o meno negli anni '60, “motorizzavano” mezza Spagna, quella Spagna dei Piani di Sviluppo che in turpiloquio la gente chiamava “Desenrollo”. Ebbene, con il Natale 1960-61 l'anno 1960 scomparve e il 1961 iniziò il suo viaggio nel frastuono generale e universale di festeggiamenti, fanfare e fischietti, coriandoli e champagne. Ma quest'anno mi ha portato altre due delusioni: non ricordo la data esatta, ma credo che fosse tra marzo e maggio, è arrivata la notifica del Comune di Madrid, Quintas Bureau, di andare all'Ufficio Distrettuale per dimensionarmi e misurarmi, visto che ero nella Caja come "quinto" del '61 e, più o meno, entro marzo del '62 sarei entrato nei ranghi: Andiamo, l'esercito spagnolo, con la sua peculiare magnanimità, mi "è costato" qualche lunga “vacanza” nel suo seno, un anno e mezzo più o meno. Come ho detto, questa fu la prima delle notizie infelici e anche la meno spiacevole, poiché la seconda arrivò quasi alla fine del mese di maggio. Era l'invito che i miei zii Juan e Matilde ci mandarono al matrimonio della loro figlia Marisa con il figlio del grande magnate della zona più che del luogo. Con la loro grafia hanno aggiunto il loro grande interesse per tutti i presenti; sì signore, in massa mio padre, mia madre ed io. Hanno addirittura chiesto a me e mio padre di firmare come testimoni. Anche se la notizia mi ha colpito come un fulmine, non ho potuto fare a meno di sorridere, sì, con molta più tristezza che gioia, per le incoerenze della vita, che così spesso sembra riderci in faccia. Perché ho firmato come testimone al matrimonio della donna che è stata tutta la mia vita con l'uomo che odiavo di più… avevo “stoffa”… Tanto, tantissimo “stoffa”… Ci è voluto del lavoro per convincere papà ad andare al matrimonio di sua nipote e ancora di più per convincerlo ad accettare di firmare come testimone, ma detto tra me e mamma ce l'abbiamo fatta. Yo, perché tampoco avrei voluto fare questo ai miei figli, che sempre mi trattavo come un figlio più grande di loro e a quelli che sinceramente volevo; tanto meno il mio amato cugino. Quel giorno, senza dubbio il più amaro della mia vita, lo avrei affrontato con galanteria: avrei bevuto l'acibar amaro fino all'ultima goccia e con il miglior sorriso stampato in faccia. Mia madre, perché mia zia Matilde era sempre stata una sua grande amica, e lei desiderava quell'amicizia, quindi era decisa a costruire dei “ponti” tra le due famiglie, tra i due fratelli insomma. Un impegno che la cognata Matilde ha sostenuto con il massimo entusiasmo. Così l'11 settembre di quell'anno, 1961, alla vigilia del matrimonio di mia cugina, salimmo tutti e tre sulla Citroen Tiburón di papà, con quasi come unico bagaglio nelle valigie gli abiti che avremmo indossato il giorno dopo alla cerimonia, e ci dirigemmo verso il paese, dove arrivammo con il crepuscolo. I miei genitori si misero subito al lavoro, tirando fuori gli abiti dalle valigie e appendendoli alle grucce in modo che fossero perfettamente “indossabili” la mattina dopo. Ciò non ha impedito che alcuni di quei vestiti apparissero più o meno spiegazzati, costringendo la mamma a stirare un po'. Sono andato direttamente al casinò per vedere se c'era qualcuno lì. In quell'ambiente non trovai nessuno che mi interessasse, ma nell'eterna taverna annessa al palazzo del Casinò, il bar “La Cueva” che non poteva fare più onore al suo nome, c'erano mio cugino Alberto e i miei inseparabili amici Paco e Félix, nonché un altro mio parente da parte di madre, il mio quasi cugino Satur, Saturnino, sfortunatamente per lui, perché il nomignolo gli si addiceva come un fulmine. “Vediamo... Perché i miei genitori non mi chiamavano Alfonso, Pedro, Vicente, José o Manuel come tutti i bambini normali”? Lo diceva in ogni momento. Che lo chiamassero “Satur”, lo tollerava ancora, ma guai a chi osava chiamarlo SATURNINO, con tutte le sue lettere; così, selvaggiamente come ha detto. Ai poveri sfortunati sarebbe assicurata un'inimicizia eterna. Satur era figlio del cugino di primo grado di mia madre, per questo dico che era quasi un cugino, per non dire cugino di secondo grado, il che sarebbe corretto, e il poveretto doveva il suo nome a un nonno paterno. Ebbene lì li ho trovati e non abbiamo avuto il tempo di abbracciarci, perché l'affetto che ci univa era veramente grande e non ci vedevamo da circa tredici mesi, cosa mai vista prima; Sì, tredici mesi, perché quell'ultimo mese di agosto nessuno dei miei parenti più prossimi si presentò nell'ancestrale Patria Chica. La verità è, Antonio, non mi aspettavo di vederti qui in questi giorni. Non sei un masoca, vero, amico. Ho iniziato a ridere e ho risposto Beh, non Alberto, amico; Non sono affatto una "masoca", ma... Come potevo mancare al matrimonio della mia cugina preferita...? Soprattutto se mi chiedono di firmare come testimone al matrimonio... Adesso; il tuo cugino preferito... Ora... E un corno maschio! La tua cuginetta, la mia antipatica sorella, non è altro che la donna che ti struggi negli angoli, stronze, più che stronze...! E arrivi a testimoniare come quella donna che ti fa impazzire sposa la persona che odi di più...! E per di più, accetti di firmare come testimone...! Dannazione, andiamo. Sei o non sei una “masoca”? “Pringao”, più che “pringao”! Mi sono fatto serio, ho abbassato la testa, ho bevuto a lungo il bicchiere di vino che quel gruppo di ottimi amici mi aveva ordinato appena mi hanno visto entrare, e senza alzare lo sguardo, senza guardare nessuno, ho risposto. Alberto, so che domani sarà il giorno più triste della mia vita. Sì, amo Marisa con tutta la verità del mio essere. Ma quando ami veramente qualcuno, ciò che desideri è la sua felicità assoluta. Ha scelto il suo uomo, Raúl, e non importa se mi piace o no; se lo odia o no lo odia. È una sua scelta e viene presa liberamente, il che implica che è sicura che la felicità che tutti meritiamo sarà trovata con quella persona. Forse ha ragione e con Raúl è davvero felice. Allora, se la amo davvero, e giuro che la amo davvero, devo accettarlo e augurarle tutta la felicità del mondo. Questo è tutto. Mi farà male, ovviamente, ma è il suo desiderio e io gli obbedisco. No Alberto, non sono né masochista né perdente. Qualunque cosa tu dica. Ma ricorda quello che ti dico: hai torto perché quell'essere ama troppo se stesso per amare qualcun altro. Mia sorella è caldissima e, logicamente, il “bello” si è innamorato di lei; ma appena avrà goduto del “piccolo capriccio” vorrà un altro “piccolo capriccio”, e un altro e un altro ancora... Perché l'unica cosa di cui “quello” è capace è desiderare una donna, poiché amare chiunque gli è impossibile. Hai giocato male le tue carte, cuginetto, e hai perso. Ti sei ritirato dal combattimento senza combattere, ti sei arreso senza combattere... Ti sei tolto di mezzo quando avresti dovuto "attaccare" a fondo, ma con buon senso, con dolcezza, rispetto, eleganza e galanteria... Ma cosa hai fatto? Prima ti picchia in vergognosa ritirata e poi... Attacca il trampolo fino al garretto! Vedi come sei uno stronzo, un “perdente”? Di fronte a quella schiacciante verità non ho potuto fare a meno di rimanere in silenzio. E meno male che sia Satur che Paco hanno dato una svolta alla conversazione in modo che l'amarezza per le cose si fosse un po' attenuata. Quell'incontro durò alla fine quasi un'ora e mezza in più, tra presunzioni di "conquiste" femminili più false della realtà, qualche battuta sporca ogni tanto e anche qualche battuta di pessimo gusto... La cosa normale che è sempre stata e, suppongo, sempre sarà tra i "macho" di tutti i tempi. Il raduno è fallito, per quanto mi riguarda, quando il “quartetto del gas”, Alberto, Paco, Félix e Satur hanno deciso di salire al casinò per giocare qualche “mano” di “subastao” o mus, e io ho deciso che sarebbe stato meglio tornare a casa. Ho avuto una cosa positiva dall'incontro con Alberto. Visto il contesto della mia intenzione di lasciare il santuario prima del banchetto, appena finite le firme nell'Anagrafe Civile, e poi dal paese, Alberto si è offerto di portarmi fuori dal santuario con la sua macchina e di lasciarmi alla fermata che la linea di autobus che collegava Jaén a Madrid aveva alla curva che fa la strada principale ai piedi della collina dove sorge il paese, proprio dove si trovava l'unico distributore di benzina che il paese aveva. Il giorno dopo ci siamo alzati abbastanza presto per prepararci all'evento mondano che si stava avvicinando e noi tre, mio padre, mia madre ed io, a poche braccia di mare per quanto eravamo eleganti nel vestirci, siamo partiti alla volta del Santuario della Vergine Patrona, dove siamo arrivati pochi minuti prima dello sposo e qualche minuto prima dell'arrivo della sposa. Quando l'ho vista, Marisa mi è sembrata un sogno, una di quelle principesse delle favole come, ad esempio, la Bella Addormentata, e in me ho visto l'essere più sfortunato della Terra. Sì, perché sentivo come quella ferita che da anni mi trapassava l'anima si stesse inasprendo come mai prima. Ho trascorso la cerimonia tenuta davanti all'Altare Maggiore, proprio ai piedi della Santa Vergine, molto indietro, in fondo al tempio e quasi nascosta dietro una delle colonne che sostenevano la volta, perché non volevo vedere quella cerimonia che mi spezzava il cuore. Ho dovuto raccogliere tutta la mia energia, tutta la mia forza d'animo e forza di volontà per non scoppiare in lacrime amare, in singhiozzi travolgenti. Ho stretto i denti, li ho stretti davvero, e sono riuscito a resistere senza lasciare che una sola lacrima scendesse dai miei occhi dall'oceano che si stava accumulando nei miei condotti lacrimali. Quando finalmente la cerimonia si concluse, il mio volto dovette essere completamente cambiato dall'espressione che vidi negli occhi di mio padre e anche in quelli di Alberto quando ci incontrammo in sacrestia per testimoniare dell'atto davanti all'Autorità Civile che avrebbe sancito il matrimonio tra i nuovi sposi, come era allora consuetudine in Spagna, quando era il tribunale a comparire nella corrispondente sacrestia affinché gli sposi, i padrini e i testimoni potessero attestare il fatto del matrimonio in cancelleria. Così, mentre aspettavamo entrambi il nostro turno per firmare, informai mio padre del mio progetto di lasciare il santuario e la città non appena avessi firmato. Ha capito perfettamente la mia posizione, assicurandomi che l'avrebbe spiegata a mia madre e l'avrebbe salutata. Alla fine è toccato a me e ho firmato in Cancelleria. Feci subito segno ad Alberto e, seguito da lui, mi diressi verso un'uscita che, dalla sacrestia, si apriva direttamente sul retro del tempio, il modo più discreto per uscire tranquillamente dall'ampia spianata dove sorgeva il tempio. Poi vedo che Marisa mi si avvicina. Fino a quel momento non mi ero avvicinato a lei; Non si era nemmeno congratulato con lei per il suo matrimonio. Ho fatto quello che potevo fare; L'altro, i complimenti formali, i bacini e le pacche sulla spalla più o meno sentite, più o meno protocolli, allora per me erano poco pratici. Così quando la vedo venire verso di me, così diabolicamente bella e radiosa, mi viene un nodo alla gola, un vuoto allo stomaco e quasi mi si ferma il cuore. Naturalmente rimasi immobile come se il mio corpo fosse improvvisamente diventato una statua di sale, come quello della moglie di Lot. Ma Marisa continuava ad avanzare verso di me, mantenendo sul volto quel suo meraviglioso sorriso. Si avvicinò e mi posò sulla guancia un lungo, intenso e tenero bacio, per sussurrarmi piano all'orecchio Antonio, cugino, ti amo tanto, davvero, ti amo tanto. E il mio augurio più grande è che tu trovi presto una ragazza che ti meriti e ti renda felice, felice quanto meriti di essere. Grazie Marisa. Ma non so se quella ragazza apparirà mai; Forse non voglio che appaia mai... Te ne vai, vero? Sì, tornerò subito a Madrid. Rimani almeno per il pasto! Ti avverto che sarà molto buono. Tutto, cose squisite. Non ne dubito. Ma non sono dell'umore giusto... Marisa, voglio davvero che tu sia molto, molto felice. E spero che Raúl sappia essere all'altezza che meriti. Lo so già. So che mi ami bene. Nonostante l'anno scorso... Ah, ah, ah... So anche che con Raúl sarò felice come tu vuoi che sia. Ebbene Marisa, come ho detto, sii felice. Addio cugino, addio cugino... Ti rivedrò? Chi lo sa...! Forse sì... Forse no... Che importa adesso... Tu inizi una nuova vita con tuo marito, io devo continuare la mia, come prima... Quello che ti dico è che, se ci rivedremo, sarà tra qualche tempo... forse molto tempo... Marisa voleva continuare a parlare ma io l'ho fermata. Le coprii la bocca con la mano, la baciai sulla guancia e mi allontanai da lei, dirigendomi verso l'uscita prescelta. Alberto mi seguì guardando serio la sorella mentre le passava accanto. Si fermò un attimo per dirglielo Sorellina, non ti dico di essere felice: spero solo che tu non stia sbagliando e che non ti pentirai mai di quello che hai appena fatto. E ha continuato a seguirmi. Con Alberto sono arrivato in paese, mi sono cambiato d'abito e ho preparato la valigia con quello che avevo appena preso da me. Poi Alberto mi ha lasciato alla fermata dell'autobus ai piedi del paese ed è tornato al santuario per mangiare. L'autobus non ci ha messo molto ad arrivare, dato che eravamo arrivati solo pochi minuti prima dell'arrivo previsto. Sono salito in macchina e ho cercato un posto verso la fine, in un gruppo di due posti praticamente solo. E poi, lì, finalmente solo, non sono più riuscito a sopportare la mia angoscia. Sono scoppiata in lacrime, con una tristezza mai trovata in me. Mi sono sentito lacerato dentro, cadendo in un pozzo di profondità e oscurità insondabili. I forti singhiozzi si calmarono qualche tempo dopo, ma non l'angoscia che attanagliava la mia anima, per cui continuavo a gemere ma senza ostentate dimostrazioni. Finalmente siamo arrivati a Madrid. Scesi al capolinea degli autobus, quasi in piazza Mariano de Cavia, vicinissimo a casa. Uscii in piazza con la valigia dei bagagli e mi sedetti su una panchina. Non sapevo nemmeno cosa fare. Ero come perso, senza la capacità di prendere alcuna decisione. C'era solo un'idea nella mia mente; o meglio, una sola immagine la occupava: Marisa, con quel suo sorriso smagliante e lo splendore che le donava l'abito da sposa. Ma anche cosa sarebbe successo quella notte tra i nuovi sposi, quando si sarebbero ritrovati soli in quella camera da letto che Dio solo sapeva dov'era. Mi sono alzato e sono entrato nel primo bar che ho trovato, con la valigia al seguito. Lì bevvi per me i primi due o tre drink di quella terribile notte. Dopo quei due o tre bicchieri, un po' “tonificati” dal cognac Magno decantato e dopo più di mezz'ora, sono uscito di nuovo in piazza, un po' più deciso di quando ero entrato nel bar: avrei preso un taxi, sarei tornato a casa per lasciare lì la valigia e, con un altro taxi, mi sarei diretto verso la Gran Vía. Se Marisa quella notte sapesse cos'è l'amore, io saprei almeno cos'è il sesso, perché se fosse “pringao”, come mi disse Alberto, che fino ad allora mi aveva mantenuto vergine. Sì, vergine, perché ho sognato di perdere la verginità nello stesso momento in cui Marisa la perdeva. Nei miei progetti era che tutti e due, Marisa ed io, la perdessimo insieme, che lei prendesse il mio ed io il suo... Stando così le cose, una cosa del genere non era possibile. Sì, lo perderemmo tutti e due quella stessa notte ma né insieme né mescolati, ma ognuno per conto suo... E che Marisa ne approfitti! Pensato e fatto. In taxi arrivai a casa e con lo stesso taxi arrivai alla Gran Vía, dove la stazione della metropolitana allora si chiamava José Antonio e oggi Gran Vía, in congruenti cambiamenti, poiché durante l'“Ancién Regime” la Gran Vía era ufficialmente chiamata “Avenida de José Antonio”, anche se tutti continuavamo a chiamarla Gran Vía, dai più dediti ai più contrari al regime; Successivamente, con il “Nouvelle Regimen” la Gran Vía recuperò il suo nome originario, tanto che la stazione metropolitana di Madrid portò sempre il nome ufficiale della strada urbana che la localizzava. Congruente, giusto. Durante quei vagabondaggi ho continuato a “pregare rosari” in ogni bar che mi capitava. Credo che sarei dovuto tornare a casa verso le nove o giù di lì e in Gran Vía quasi sicuramente verso le dieci, forse un po' più tardi. Ebbene, verso l'una di notte mi sono ritrovato davanti al numero 12 della Gran Vía, cioè davanti a quel più che famoso, quasi mitico “Bar Chicote” che era ancora gestito dal suo fondatore, il non meno mitico Pedro Chicote, meglio conosciuto come “Perico Chicote”, quel grande madrileno che tante volte disse di essere “Molto di Madriz e molto di Madriz” con quella fonetica così tipicamente madrilena, di quella vecchia Madrid, che scambiava la finale “D” del nome della città per una sonora “Z” Un Bar Chicote che era anche un ottimo “cocktail bar”; forse il migliore della Spagna e uno dei migliori e più famosi al mondo, attraverso il quale sono passati nomi come Frank Sinatra, Ava Gardner, Grace Kelly e Ranieri di Monaco, Audrey Hepburn o (vado per te, amico Raimundo) Sofía Loren. E un eccetera che includerebbe Ernest Hemingway e l’attualissimo USA D. Eisenhower, in occasione della sua tanto celebrata visita a Madrid nel dicembre 1959, che segnò la vera normalizzazione tra la diplomazia statunitense e quella spagnola, quando gli USA riconobbero la Spagna come amica e alleata, non come semplice comando o suddito. Inoltre a quel tempo (non so se lo è anche adesso), a “Chicote” si fermavano le migliori prostitute di tutta Madrid e molto più che in ogni altro posto simile, perché anche se la prostituzione era ufficialmente vietata e perseguitata, esisteva. Ebbene, in quella “Chicote” dei miei peccati quella notte, ci sono andato a capofitto verso l'una di notte; Come un lampo andai al bancone chiedendo non so quante mezze combinazioni, perché a quel tempo il cocktail non si chiamava così, ma piuttosto "combinazione", e ovviamente la metà costava meno di quella intera; anche se anche in base alle "calze" finivi per ubriacarti, cosa che, insieme ai bicchieri del mucchio di liquori che c'era già dentro, faceva sì che la "fetta" di quella notte non proprio santa risultasse da antologia. E ovviamente nel mezzo di una “fetta” del genere andai da vero “duro”, più o meno come John Wayne, il mio attore preferito all'epoca, a uno di quei tavoli occupati da spettacolari odalische. E in meno tempo di quanto ci vuole a dirlo, siamo partiti insieme verso la stanza di una di quelle pensioni “né fu né fa”, cioè né buone né cattive. Se quella notte la “vicina” mi ha “iniziato” all’arte di Eros, lei lo saprà, perché non ne avevo idea: indossavo una tale “tranca” che appena l’“individuo” mi ha liberato sul letto, sono rimasta completamente scioccata. E dico che mi ha scaricato, perché dal taxi alla camera, il “vicino” mi ha preso al seguito perché già mi mettevo a dormire nel taxi senza tagliarmi un capello. Ho avuto la bontà di tagliarmi per queste sciocchezze! FINE DEL CAPITOLO