NOTA PRELIMINARE Questa storia è basata su un evento della mia primissima giovinezza molto lontana, quando avevo 18-19 anni. Poi mi sono innamorato per la prima volta nella mia vita, di quella passione o irruenza ed entusiasmo, anche di irresponsabilità e spensieratezza di quell'età in cui c'è ancora molto dell'adolescente che eri a 15-16 anni ma senza raggiungere la compostezza, la responsabilità e la serenità di 25-30 anni; quell'età in cui non sarai più l'adolescente che eri ma nemmeno l'uomo completo e sensato che diventerai. Poi ho seguito quella ragazza per due o tre estati di seguito e quando credevo che finalmente avrebbe accettato di essere la mia ragazza, è successo che lei mi ha "raccolto" una zucca memorabile mentre ballavamo sulla pista che il casinò aveva allestito all'aperto per le Fiere e le Sagre del paese dove entrambi abbiamo trascorso l'estate: quello da amici, molto santi e molto buoni, ma per nulla come fidanzati. Che ad un certo punto sembrava quasi che forse, ma no, no e no. Quindi, in triplice copia, affinché non avessi dubbi. In breve tempo quella ragazza cessò di esistere e non mosse più nulla nel mio mulino, ma diventò per me il bellissimo ricordo di un periodo molto bello e caro della mia vita. E penso che la persona, uomo o donna, donna o uomo, che è stato il nostro primo amore rimanga perennemente nella nostra mente così com'è, un bellissimo ricordo che ci riporta a un tempo, forse idealizzato, che per noi solitamente è piacevole, anche migliore del presente, forse perché se n'è andato per non tornare mai più. È un po’ come fare bene ciò che dice Jorge Manrique, poeta spagnolo del XV secolo, nel suo “Coplas alla morte di suo padre, D. Rodrigo Manrique”: “Ogni tempo passato era migliore”. Quella ragazza si chiamava Carmen, per questo si chiama così la protagonista della storia, ed era la nipote dei pasticceri del paese nella cui casa trascorreva le estati. A proposito, il negozio di dolciumi di cui parlo nella storia è quello dei suoi zii, ed è la cosa più vicina a una caffetteria che ci fosse nel raggio di chilometri a quel tempo. La città della storia è proprio quella che fu la patria di mia madre e dei suoi antenati, perfino di mia sorella; e la villa, la casa avita della mia famiglia materna, già allora proprietà esclusiva dei miei genitori. La piazza e la via principale che descrivo sono quelle di questo paese ed è vero che questa piazza colpisce chi la vede per la sua straordinaria e sobria bellezza rinascimentale dei tempi di Carlo I, V di Germania, costruita intorno al 1516. Fa impressione anche la chiesa parrocchiale, un gioiello di stile tardo gotico, del XIII secolo, con aggiunte successive rinascimentali, più o meno contemporanee alla costruzione della piazza. La città si trova in una catena montuosa, ma non nella provincia di Cuenca bensì in un'altra zona dell'attuale Castigliano-La Mancia. La storia è ovviamente pura fantasia e l'unico vero è il fatto che il protagonista si innamora di qualcuno che non si innamora di lui. Il resto, quello che è stato detto, è una fantasia più falsa di un centesimo o, meglio ancora, di un euro di piombo. Ma è anche una sorta di sogno, lasciando volare l'immaginazione in modo onirico alla ricerca di quel tempo di così gentile ricordo. Un sogno attraverso il quale ho rivissuto la mia prima giovinezza, immergendomi come semplice osservatore dell'ambientazione, del tempo e del luogo in cui si svolge la storia e che mi ha regalato momenti molto piacevoli mentre scrivevo la storia perché ricordavo molte cose quasi dimenticate di quel passato: i miei soggiorni in quella cittadina in cui non vado da decenni; gli amici che mi sono stati vicini e che non vedo da quasi secoli; miei cugini che più che parenti erano amici fin dall'infanzia, molti di loro erano già passati a miglior vita... Il paese stesso, che forse mi è piaciuto più di tutti... E il fatto è che sognare non costa nulla e non fa male a nessuno. E alla fine, quello che dice il signor Pedro Calderón de la Barca in “La vita è un sogno”: I sogni... sono sogni. Infine vorrei dirti, caro lettore, che la storia è un po' lunga, sarà composta da diversi capitoli e potresti stancarti presto di leggerla, ma quanto apprezzerei se arrivassi alla fine. Forse, quando vedrai la FINE dell'ultimo capitolo, sarai addirittura felice di essere arrivato fin qui, perché penso che, nel complesso, la storia non sia venuta affatto male. Un saluto affettuoso a tutti voi, cari lettori, che mi onorate della vostra attenzione. Ci vediamo per sempre. Annibale. LA RIUNIONECAPITOLO I Sia Carmen che io eravamo originari dello stesso paese sulle montagne di Cuenca, ma non vivevamo lì da molto tempo perché ci trasferimmo a Madrid poco dopo la fine della guerra civile e la gente di Carmen partì per Valencia poco dopo. Ma entrambe le famiglie tornavano ogni estate nella loro casa ancestrale per trascorrerle lì, lontano dal caldo di Madrid e Valencia. Ci conoscevamo entrambi fin da piccoli, dato che avevamo quasi la stessa età, lei aveva solo pochi mesi meno di me. Così, dai giochi infantili siamo passati ad unirci alla stessa banda di adolescenti per iniziare a ballare in quelle “guateques” di metà-fine anni Cinquanta. A poco a poco cominciai ad interessarmi sempre di più a ballare con lei, prima per pura amicizia all'età di 15-16 anni finché nell'estate del 1955, quando avevo 17 anni e avevo preso il diploma di maturità, la mia amicizia con lei si trasformò in vero amore, cosa rara a quell'età, ma così avvenne. Lei, alle mie lusinghe e ai miei complimenti, rise. Direi che gli piaceva ascoltarli anche se non ha mai ceduto alle mie pretese di diventare fidanzato. Quando glielo chiedevo, rideva ancora, dicendo che era pazzo; sì per te le rispose e lei ripeté la risata, ma niente, senza acconsentire. Naturalmente continuò ad accettarmi regolarmente come compagno di ballo, si potrebbe dire in modo esclusivo. L'anno successivo, 1956, già 18enne e al primo anno di giurisprudenza, seppure con un paio di materie “per settembre”, tornai all'“assedio” della fortezza dei miei sogni. Carmen cominciò ad accogliermi allo stesso modo, con molto affetto ed accettandomi ancora più esclusivamente come compagna di ballo, al punto che a fine luglio ballava solo con me. Ero sopraffatto, sicuro di essermi finalmente innamorato di lei. Ma il primo secchio d'acqua fredda mi venne versato addosso da suo fratello, un ragazzino quasi della mia età, forse un po' più grande. Mi si avvicinò per strada un pomeriggio di agosto, un paio di giorni prima del 15, per dirmi che sua sorella era ancora troppo giovane per uscire seriamente con qualcuno, che avrei dovuto lasciarla per un po', insomma tutto tranne quello che volevo sentire. Certo, pessimi rapporti familiari, ho pensato, e, molto orgoglioso e sicuro di me, le ho detto che doveva dirmelo lei. E ragazzo, lo ha fatto. Il 15 è stato il giorno peggiore della mia vita fino ad allora. Per la festa dell'Assunta quel pomeriggio si ballava al casinò, soprattutto per noi giovani. Carmen, dopo avermi evitato per buona parte del pomeriggio, ha finalmente accettato di ballare con me, ma solo per confermare quello che mi aveva detto suo fratello: che era troppo giovane, meno di 18 anni, per una relazione seria come la intendevo. Inoltre, e questa era la cosa che mi faceva più male, non ero il suo tipo e quindi non sarebbe mai stata la mia ragazza. Gli piacevo come amico, mi amava anche moltissimo: ero divertente e all'inizio gli piacevano le mie battute. Ma era stanca di avermi sempre attaccato a lei, di monopolizzarla e di non lasciarla vivere. E così non mi sopportava più. Quando l'ho saputo mi si è spezzato il cuore. Era come se qualcosa si fosse rotto dentro di me, provocandomi una morte interiore. Le ho solo detto che mi dispiaceva di averla disturbata, che le avevo chiesto scusa e l'ho lasciata subito; La lasciai lì, piantata al centro del cortile, e andai al bar. Lì ho cominciato il “pellegrinaggio” alcolico della sera, quasi più notte che dopo, con tre bicchieri di cognac, uno dopo l'altro come si suol dire. Quando mi hanno servito il terzo bicchiere, due amici mi si sono avvicinati per calmarmi; che me ne andassi, che nessuno valesse la pena di perdere la testa in quel modo, che tornassi a casa, che mi accompagnassero se avessi voluto... Allo stesso tempo ho visto come lei, Carmen, anche ballando con un altro ragazzo, era quasi più attenta a me che al suo compagno. E questo mi piaceva: teneva a me, anche se era come un amico, gli faceva solo male vedermi così. Bene, lascialo soffrire! Volevo ferirlo, quanto più danno possibile. Idiota da parte mia, perché quell'atteggiamento, andare in “pellegrinaggio”, era quello che poteva farmi più male, ma 18 anni sono proprio questo, 18 anni. Ho "bevuto" il terzo drink in un sorso e, dopo aver mandato al diavolo i miei due amici con scatole intemperanti, ho lasciato il casinò scendendo le scale fino alla piazza. E da lì ho continuato il mio “pellegrinaggio” fino a mezzanotte passata e con un discreto eccesso di alcol sono sceso barcollando fino al distributore di benzina del paese. Una volta lì mi rifugiai in una zona vicina, piena di bosco basso e qualche albero. Non volevo essere osservata da nessuno e allo stesso tempo volevo chiarirmi le idee. Mi sono addormentato non appena mi sono sistemato su quel pavimento. Mi sono svegliato dopo le tre del mattino. Mi sono sentito meglio e sono andato alla stazione di servizio. Era deserto, fatta eccezione per il proprietario, anche lui meccanico del paese, che sonnecchiava dietro la vetrata dell'ufficio. È apparso un camion per fare rifornimento e, al suono del clacson, l'addetto al distributore si è svegliato ed è uscito per servire il cliente, raggiungendo la portiera del conducente. Dopo aver fatto rifornimento e mentre il gasista tornava nel suo ufficio, mi sono avvicinato al camion attraverso l'altra porta, chiedendo all'autista se poteva portarmi. E così ho iniziato il viaggio a Madrid. Sebbene l'ebbrezza alcolica fosse quasi scomparsa dal mio corpo, l'idea che sarebbe maturata in quel pomeriggio-notte era ancora intatta nella mia mente ed ero decisa a metterla in pratica. Entra nell'Esercito, in particolare nella Legione Mi ero innamorato perdutamente di Carmen, in quel modo che di solito dura tutta la vita se eventi straordinari non lo impediscono e che è insolito che accada in così giovane età. Ma a me è successo e per di più quella notte ho avuto la consapevolezza che la cosa non poteva venire solo dall'anno scorso, come inizialmente credevo, ma da parecchio tempo prima, forse da quando avevo dieci o undici anni, quando ho cominciato ad apprezzare che i ragazzi e le ragazze non sono uguali e, senza sapere perché, sono stato spinto a disprezzarli un po'. Poi il suo rifiuto mi aveva causato un danno terribile: il mio corpo vivente e la mia mente coesistevano con un essere interiore morto e insepolto che richiedeva sepoltura per poter riposare. E non poter riposare dall'essere che era morto dentro di me non permetteva nemmeno al mio corpo vivo e alla mia mente di riposare, quindi volevano seppellire quella persona morta interna che non potevano tollerare. Ma quella sepoltura non era possibile senza seppellire me stesso, senza morire fisicamente. Forse perché avevo 18 anni pensavo e sentivo così; Forse se quello stesso dolore intimo mi fosse arrivato più tardi, quando fossi stato capace di ragionare in modo più sano, avrei affrontato la situazione in modo più responsabile. Ma poi, con la sconsideratezza e l'idealismo entusiasta di avere 18 anni, l'unica soluzione per non riposarmi, per non vedermi capace di godermi di nuovo la vita era morire. Ma non la sordida morte per suicidio, no, non volevo quella perché, alla fine, l'unica persona a cui avrei fatto del male sarebbero stati i miei genitori, perché per tutto il paese, forse anche per lei, non sarei stato altro che un idiota che si era tolto la vita per una sciocchezza. Volevo una morte dignitosa, una morte che potesse essere sentita da tutti, non solo dai miei genitori. Una morte che lei, Carmen, ha sentito davvero, che l'ha ferita. Ebbene, quello che volevo anch'io era ferirlo, farlo soffrire. È stata la mia triste vendetta, per così dire. E quale morte è più sentita da tutti, quale modo di morire che potrebbe ferirla di più, punzecchiandole la coscienza con un “A causa mia, a causa mia” che una morte eroica, una morte in combattimento, per esempio? Quella notte mi sono ricordato di quello che avevo sentito dire tante volte a mio padre negli ultimi tempi: “Presto dovremo difendere le nostre colonie africane con le armi”. Ed è che, anche se non è arrivata al grande pubblico spagnolo a causa della censura, alcuni ambienti privilegiati come quello di mio padre, un avvocato di un certo nome, sono arrivati alle notizie allarmanti che arrivavano da mesi dalle colonie africane (1), al punto da mettere in evidenza nel territorio di Ifni la Prima Bandiera di Paracadute e creare una nuova Bandiera della Legione, la XIII, che arrivò a El Aaiun il 1 luglio. Quindi, se fossi intervenuto in quella guerra, che sembrava così vicina, trovare la morte eroica che desideravo sarebbe più che possibile. E se la triste mietitrice avesse il capriccio di rispettarmi, in un ambiente così frenetico, vitale come la situazione militare con Carmen, se non riuscissi a superarla, almeno la gestirei meglio. Insomma, nell'Esercito potevo risolvere i miei rimpianti e, naturalmente, l'urgenza era arruolarmi nell'Esercito; ma non in un'unità qualsiasi, no, ma in una che mi assicurasse di essere in prima linea e nella posizione più pericolosa e... quale unità era più adatta a questo scopo se non la Legione, il corpo d'assalto per eccellenza dell'esercito spagnolo, quello che era sempre in prima linea e nei luoghi più difficili e rischiosi? Ebbene, la Legione sarebbe il mio obiettivo. Alla fine, verso le cinque del mattino, il camion ha parcheggiato vicino al mercato di Legazpi, dove veniva scaricata buona parte dei camion che rifornivano Madrid di frutta, verdura e pesce. L'autista mi ha invitato a prendere un caffè con latte e manganelli; Sebbene io insistessi per non prendere i manganelli e per non pagare la mia parte, lui non acconsentì. Mi ha anche proposto di aiutarmi a scaricare il camion, cosa che mi costerebbe dei soldi. Accettai e con altri due uomini che avevano quasi vent'anni più di me scaricammo il camion. Quei ragazzi si sono rivelati brave persone; Mi chiesero se fossi scappato di casa (la mia evidente giovinezza e gli abiti che indossavo sembravano rendere evidente il vero evento della fuga). Ho risposto sì, per fare il torero! E a loro piacevo, uno di loro mi disse addirittura che da giovane avrebbe voluto fare il torero, ma che incornare in una corrida cittadina lo scoraggiava. Mi hanno aiutato e ho potuto lavorare fino quasi alle dieci del mattino. Poi, seppure storpio, giravo tra le bancarelle del mercato cercando di ottenere qualcosa in cambio di qualche lavoro specifico, e sì, a mezzogiorno avevo in tasca quello che, per me e in quel momento di estrema difficoltà, rappresentava un capitale. Quel pomeriggio l'ho passato a dormire e, dopo aver mangiato un panino caldo per cena in uno dei bar di Legazpi, sono tornato a dormire fino alle quattro del mattino, quando mi sono alzato e mi sono diretto al mercato per dedicarmi al mio lavoro attuale: scarico camion fino alle dieci o alle dieci e mezza del mattino e poi "vendita al dettaglio" per le bancarelle del mercato che volevano ordinarmi qualcosa per guadagnarmi, almeno, quel pasto di mezzogiorno. Da quando ero scappato dal paese, avevo ben chiaro che la vita a La Legión sarebbe stata molto dura e l'allenamento terribile, quindi volevo essere il più preparato possibile, sia fisicamente che moralmente, per sopportare e superare tutto ciò. Per questo ho deciso di fare uno sforzo, di disciplinarmi e di elaborare un programma che ho seguito rigorosamente: la mattina, dalle 17 alle 13-13,30, a caccia di pesetas ovunque le trovassi. All'una o all'una e mezza, mangiare alla mensa del mercato, dove mi preparavano quello che mi davano la mattina alle bancarelle "al dettaglio" e dormire fino alle cinque del pomeriggio per andare a correre, fare flessioni e addominali nel vicino parco dell'Arganzuela e respirare un'aria più pulita. Comunque per ora trascorri il pomeriggio così... Trascorsero così un paio di settimane finché non riuscii a raccogliere i soldi necessari per iscrivermi ad una palestra di pugilato, praticamente le uniche che esistevano all'epoca a Madrid e in Spagna in generale. Volevo rassodare i muscoli e sviluppare la mia forza fisica, cosa che, combinando la palestra con lo scarico dei camion, non è stato difficile per me raggiungere in pochi mesi. Lì ho fatto pesi, trazioni ed estensioni sulle macchine. Ho lasciato le flessioni e gli esercizi per gli addominali per il parco, anche se lì mi hanno spiegato il modo migliore per farli. E anche difesa personale, boxe. Tutto ciò mi costò un lavoro infinito, poiché non riposavo tutto il giorno. Prendevo solo la domenica per riposarmi, dormendo quasi tutto il giorno, perché a quel tempo il sabato era solo un giorno lavorativo della settimana, non erano ancora arrivate le 40 ore. Ogni giorno andavo a letto esausto, e, quasi ogni giorno, mi dicevo: "Basta! Il giorno dopo chiederei scusa ai miei genitori, sopporterei la loro rabbia... e, certo, gli schiaffi, ma tornerei a casa, alla mia vita normale da studente"... Ma quando suonava la sveglia alle quattro del mattino, mi alzavo e andavo ai camion che aspettavano di essere scaricati. Alla fine tutto questo mi ha fatto molto bene, perché mi ha reso disciplinato e ha rafforzato quasi all’infinito la mia forza di volontà, la mia determinazione nel raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato. Ed è arrivato il 18 aprile. Nel Javier Andrade di oggi non c'era quasi più traccia di colui che fuggì dalla città appena otto mesi fa. Più di otto mesi mi sembrava che fossero passati anni per me: sono sempre stato piuttosto alto, 1,73 metri, e un po' corpulento, anche se un po' sovrappeso con i 78-80 kg che pesavo in quel momento; Ebbene, adesso pesava poco più di 70 kg, 72-73 al massimo, ma 72-73 kg di ossa e muscoli forti, con braccia e gambe quasi solide. Anche i lineamenti del viso erano cambiati, con una carnagione un po' scura a causa del freddo invernale di Madrid e del vento, della pioggia che sferzava giorno dopo giorno. Il sorriso felice che prima mi aveva illuminato quasi perennemente il volto scomparve dalle mie labbra e lo sguardo candido dei miei occhi lasciò il posto ad un altro freddo e duro come l'acciaio di Krup. A quasi 19 anni, mancavano appena due mesi all'apertura, potevo passare perfettamente per più di 20, anche più di 22. Ebbene, quel giorno, 18 aprile, verso le 10,30 del mattino, mi vidi davanti alla porta della Legion Enganche Pennant a Leganés, una caserma che, vista da fuori, aveva muri alti, garitte, e alla porta un legionario, alto, forte, con un'enorme barba, uniforme immacolata, cintura nera e cintura, machete alla cintura e fucile al braccio. All'urlo stentoreo che arrivò quando, già accanto a lui, chiesi come avrei potuto arruolarmi, un grido che più che un grido umano mi sembrò l'abbaiare di un grosso cane, un pastore tedesco o un mastino dei Pirenei, con il "Cabo de Guardia!", dall'interno emerse un altro legionario, questo con una striscia di caporale sul petto, e con un'uniformità impeccabile come quello sulla porta, ma senza fucile, che mi condusse all'ufficio di leva dove, dopo la pertinente visita medica di pura procedura, mi hanno arruolato. (2) Poi mi mandarono al magazzino a ritirare l'uniforme e l'equipaggiamento da aspirante legionario, qualità che avrei ottenuto una volta trascorso il periodo di Addestramento. Successivamente mi fu mostrato l'alloggio nella ditta di destinazione, annesso agli uffici da un lato, in quel momento deserti perché le persone erano in istruzione o in servizio. Quel pomeriggio, dopo il cibo che, come proclamava la propaganda, era abbastanza buono, senza prelibatezze ma non male condito e sufficiente per qualsiasi mangione, fu il mio primo giorno di istruzione. Non mi è sembrato così terribile come mi aspettavo, ma la cosa non era ancora "seria", diciamo un semplice "riscaldamento" per non oziare qua e là. Il “buono” sarebbe arrivato dopo, in Africa, nell’azienda dove poi saremmo stati assegnati. Dopo la cena, che non fu male, anche se non quanto il cibo, andiamo a dormire in Compagnia. Il richiamo del silenzio ha posto fine a questa mia prima giornata militare. Per non riposare sugli allori, il giorno dopo ho cercato il mio primo problema. Il tocco di Diana ci ha diligentemente alzati dal letto, letti a castello alti tre, e abbiamo rifatto i letti il più velocemente possibile. Questi avevano trapunte con lo scudo della Legione; Ebbene, nella fretta di finire ho lasciato la trapunta con lo scudo capovolto, e quando il caporale Martos è passato a ispezionare uomini e letti (noi tre che dormivamo in ciascuna cuccetta ci siamo schierati proprio di fronte), quando ha visto il mio letto si è fermato di colpo e ha urlato più di quanto gli fosse stato chiesto. Chi dorme qui? Allora io, con tutta la compostezza e la faccia del mondo, rispondo indicando un'altra delle “reclute” entrata con me il giorno prima. Questo, caporale E...Plaasss!... Che schiaffo “caduto” sul pover'uomo in questione! Ma lo zio non si oppose. Sopportò imperterrito la “carezza”, senza difendersi, senza accusarmi… Naturalmente, appena il caporale continuò ad avanzare, perdendoci di vista, mi lanciò uno sguardo… assassino! Il “riferito”, un catalano alto come una torre e forte come un toro, mi si è avvicinato appena usciti per fare colazione, inveendomi contro. Se hai i capelli "laggiù", vieni alla legnaia dopo le istruzioni! Naturalmente dopo l'istruzione sono andato alla legnaia e... che "cazzo" abbiamo fatto. Dio, che insalata di “torte” abbiamo potuto concederci! Finché, sfiniti entrambi, cademmo a terra tutti e due, uno accanto all'altro, sbuffando che era una vita mia, sia io che lui. Nella mia vita mi aveva picchiato, e mi avevano picchiato, in quel modo!; come bestie che cercano di annientarsi a vicenda. Poi, steso per terra tutto il tempo che rimasi e senza fiato in corpo, glielo raccontai Macho!... Puoi darmi uno di quegli schiaffi epocali e sistemiamo questa cosa? Ok, amico? Va bene! Avevo cominciato a sedermi mentre facevo la proposta di pace, ma sono subito tornato a terra a causa del tremendo pugno che mi ha colpito mentre diceva “Va bene”. Ma dopo il colpo tremendo e dopo che sono caduto di nuovo a terra, mi ha teso la mano dicendo: Amici, Javi? Amici Mario. Ci stringevamo la mano ed eravamo buoni amici finché... la morte non prese Mario. Il 3 maggio, hanno preso con un camion i 17 volontari che si erano riuniti lì per tutto aprile e ci hanno portato alla base aerea di Getafe, da dove, a bordo di un Ju-52 dell'aeronautica militare, siamo volati a Larache.(3) Dopo essere sbarcati dall'aereo e aver raccolto i bagagli e gli oggetti che trasportavamo, ci siamo schierati sulle stesse piste e, alla voce di Ar!, beh... via e coperte fino a El Krimda!, il campo dove si trovava il Tercio “Juan de Austria”. III della Legione aveva sede, nei dintorni di Larache, e dove eravamo destinati. Lì, assegnati in transito ad una compagnia, trascorremmo quasi sei mesi di addestramento, poiché ai mesi di puro addestramento seguiva un corso intensivo e straordinario di paracadutismo, caso unico fino ad allora nell'Addestramento della Legione, ma sembra che da noi l'addestramento fosse estremo, al quale non sarebbe sicuramente estranea la vicinanza delle operazioni "calde". Non c'è dubbio che ci stavano preparando per andare direttamente al combattimento.(4) Si dice che la realtà superi quasi sempre la finzione, e in questo caso il detto popolare non ha fatto eccezione: ho sempre dato per scontato che il periodo di Addestramento Legionario sarebbe stato duro, molto, molto duro, ma quello che ho incontrato in quei mesi è stato indicibile. A parte la durezza intrinseca che rappresentava l'addestramento nella Legione, poiché lì ci trasformavano in veri soldati d'élite, c'era la ferrea disciplina legionaria, con sanzioni e punizioni per la minima colpa che a volte poteva essere considerata addirittura disumana. Quante volte ho dovuto stringere i denti per non piangere nemmeno come una bambina! Le volte in cui dovevo prepararmi più che stringere i denti per poter sopportare tutto ciò; che dovevo mettere alla prova una forza di volontà che credevo forte, ma che lì, sotto la durezza delle prove, sotto quella disciplina orribile, crollavo quasi ogni giorno. E ancora tante notti ho cominciato a dirmi: “È finita, domani torno a casa e sia quello che Dio vuole”; ma ancora, come quando scaricava i camion, ogni mattina alla sveglia si riuniva per iniziare un'altra giornata di istruzione. Ecco, quello che era cominciato con i camion si è finalmente sedimentato nel mio carattere e ho scoperto che affrontando da brava persona le sfide che mi venivano poste e superandole mi sentivo più felice che mai perché mi sentivo un UOMO come non mi ero mai sentito prima. E questo mi ha reso orgoglioso di me stesso come non mi ero mai sentito prima, nemmeno dopo aver superato il liceo. Ma questo non fu l’unico cambiamento avvenuto in me durante questo periodo di preparazione legionaria, no. La cosa più importante è stato il modo in cui ho cominciato a vedere la vita, il senso con cui ho cominciato a viverla: come legionario e orgoglioso di esserlo. Ho imparato che il grido “A me la Legione!” Significa cameratismo portato al culmine perché fa di noi legionari un uomo solo di fronte a qualsiasi contingenza e che mai, in nessun concetto o situazione, un compagno viene abbandonato, "con ragione o senza ragione". Anche l’orgoglio che significa essere un “Soldato della Legione Coraggiosa” perché significa essere uno dei migliori soldati del mondo, non per il nostro equipaggiamento o le nostre armi, che sono piuttosto scadenti, residui della guerra civile, sia armi che munizioni,(5) persino veicoli anch’essi insufficienti, ma per il nostro cuore, la nostra decisione di vincere o morire quando entriamo in combattimento, facendo valere il nostro motto: “Legionari per combattere, legionari per morire”. E l'orgoglio di essere diretti successori, eredi e depositari dell'onore e del coraggio di quegli spagnoli che formarono i leggendari Tercios delle Fiandre, di Napoli, della Lombardia, della Sicilia, o quelli di Mar, di quegli spagnoli che furono a Lepanto, alla Terza Isola, a Breda, a Bruges, a Ostenda, ad Anversa... e in tanti altri luoghi tinti di sangue spagnolo. E l'amore per La Legione, permanente nel cuore di ogni uomo che è passato attraverso questo Corpo in qualsiasi momento della sua vita, poiché i legionari, come i sacerdoti, sono “In Eternum”, fino all'Eternità. Anche il budget che ho preso lì è variato. Naturalmente, se necessario, non volterei le spalle al rischio, al pericolo per quanto alto fosse, ma difenderei la mia vita in ogni circostanza. Non scappererei dalla morte se mi capitasse, ma non la cercherei nemmeno scioccamente. Quella fu un'altra delle conseguenze del mio ingresso nella Legione, dando alla mia vita un senso che mi era mancato quando lasciai la città e che, sono certo, in un ambiente diverso non avrei trovato, almeno in così poco tempo. Per così dire, la Legione mi aveva riscattato da me stesso e, naturalmente, la morte eroica che mi aveva portato lì non aveva più un obiettivo. Amavo ancora Carmen con la stessa passione e intensità di allora e il suo rifiuto mi feriva tanto quanto prima, ma ora potevo conviverci. Certo, cercando di non pensarci, di non pensare a lei insomma, cosa che a volte non riuscivo ma che in generale, immerso com'ero nel prepararmi come futuro soldato d'élite, normalmente riuscivo. E cosa sarebbe successo più tardi, quando lui fosse stato quel tipo di soldato, lo avremmo visto. E finalmente, un giorno di metà ottobre di quell’anno 1957, quando avevo 19 anni e quattro mesi, terminò il periodo di istruzione e il corso intensivo di paracadutismo e potei finalmente indossare il tipico cappello da legionario, il “chapiri”, con la lunga nappa che mi arrivava fin quasi al naso, e le ali “paraca” sul petto. Il mio entusiasmo per l'evento era traboccante... quasi non credevo di esserci riuscito. Di fronte a me ero l'uomo più grande dell'universo. E, logicamente, la stessa cosa è successa al resto dei 17. Come è facile immaginare, i festeggiamenti hanno battuto i record di alcol... e la visita occasionale a "certi" bar, club e case con signore dietro al bancone o nei saloni dei "visitatori". Ma i festeggiamenti furono interrotti appena cominciati perché il terzo giorno da Cavalieri Legionari ci imbarcarono su un altro Ju-52 che ci portò a El Aaiun, capitale del territorio del Sahara spagnolo, dove fummo assegnati alla XIII Bandera, alla sua 3a compagnia, la “Giovanni d'Austria” nella caserma Rayán Mansur, campo base della Bandera. Le cose in quella terra ancora spagnola peggioravano di giorno in giorno (6) così nel giugno di quest'anno 1957, fu inviata a Villa Cisneros la IV Bandiera del Terzo Duca d'Alba, II della Legione. Il 23 ottobre, dopo una breve settimana di permanenza a El Aaiun, alcuni mujaheddin (soldati o combattenti) dell'Esercito di liberazione marocchino, l'ELM, (7) hanno attaccato e occupato i villaggi della cintura di Sidi Ifni, Goulimine e Bou Izarguen e il 27 sono stati colpiti da terra tre Ju-52 dell'aeronautica spagnola. Questi eventi portano all'invio della IIª Bandiera, Tercio “Gran Capitano” I della Legione a Ifni e della VIª Bandiera, Tercio “Duca d'Alba”, II della Legione a El Aaiun, all'inizio di novembre. Inoltre, nella capitale del Sahara Occidentale è stato trasferito anche il battaglione punitivo di Cabrerizas, un sobborgo della città di Melilla. Tutto questo in aggiunta all’invio di truppe regolari, sostituti obbligatori, sia a Ifni che nel Sahara. Un'altra curiosità. Nel 1953 ben Mizzian era Capitano Generale della Galizia e, come tale, dovette fare l'offerta a nome del Capo dello Stato e della Spagna all'apostolo Santiago; a “Santiago Matamoros” che, secondo la leggenda, attaccò i Mori nella battaglia di Clavijo, nel lontano 844, in groppa ad un vivace cavallo bianco e con la spada in mano alla testa dell'esercito di Ramiro Iº delle Asturie. E la cosa più curiosa è che Ben Mizzian era un musulmano molto devoto e fervente, quindi quella di fare l'offerta a “Santiago Matamoros” beh... stoffa! 10.
